Campania

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Dipinto di Giuseppe Bonito (1707- 1789) di Napoli

In questa regione il merletto nacque e si diffuse come guarnizione per abiti e paramenti sacri. Presso le corti dei nobili uno stuolo di abili merlettaie lavorava giorno e notte per realizzare capolavori e creare nuovi disegni, talvolta anche le nobildonne si dilettavano in questa arte. In molti paesi dell'Irpinia e del salernitano si è sviluppata questa forma di artigianato e i paesi dove oggi si continua tale lavorazione sono: Santa Paolina, Tufo, Montefusco, Battipaglia, Positano, Pozzuoli, Portici, Gallo Matese e altre diverse realtà. Questa arte viene praticata presso nuclei familiari o piccole botteghe artigianali, la tradizione è infatti tramandata di madre in figlia. In questi ultimi anni, sulla scia del grande fermento attorno all’arte del filo, sono nate diverse scuole in tutto il territorio con insegnanti ben preparate e tanta voglia di “fare”.

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Dipinto di Bonito Giuseppe

Si pensa che le origini di quest'arte siano da ricercare in Abruzzo, facente parte in epoca lontana del regno di Napoli; in Campania, comunque, era già diffusa all'epoca di Giovanna d'Aragona. Il pittore campano Bonito Giuseppe vissuto nel XVIII secolo, tra le sue numerosissime tele di carattere popolaresco troviamo alcune scene che rappresentano scuole di merletto e ricamo. Da tempi lontani, quindi, questi eleganti merletti impreziosiscono i corredi.

Napoli

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Tramezzo in lavorazione (courtesy Maria Rosa, Napoli)

Cesare Vecellio sul suo libro” Degli abiti antichi e Moderni di diverse parti del mondo” (Venezia 1590), dedicò un capitolo agli” habiti del Regno di Napoli” descrivendo anche l’abbigliamento delle donne napoletane, premettendo che il regno di Napoli comprendeva varie regioni e quindi gli stili potevano essere diversi. La gentildonna moderna vestiva in modo ricercato e troviamo anche una precisa citazione per ciò che riguarda i pizzelli, le trinette, i passamani.

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Le nobili Citelle napoletane portano una veste semplice serrata al collo, chiusa dinnanzi fino a terra per il più di panno colorato, sono attorniate con pizetti et merli ”.    Degli abiti antichi e Moderni di diverse parti del mondo”, Cesare Vecellio, 1590

Davies, chirurgo-barbiere (professione medica dell’epoca) londinese visitò Napoli nel 1597 e scrisse: “Nel traffico di questa città ci sono merletti di ogni sorta”. Fyne Moryson, arrivato a Napoli o nel regno di Napoli, contemporaneamente scrisse: “Gli italiani indossano collari di lino fiammingo ricamato con un punto tagliato (forato, trasparente), molto in uso qui, però non sono grandi come i nostri perché non c’è grande abilità nel lavarli e inamidarli, non portano merletti d’oro o d’argento, ma neri”. Lassel invece scrisse: “Tutti ci tengono nel portare una giacca: ”…..i punti Venezia e i merletti in oro ornano le livree dei loro cavalli”.  Nel 1615 troviamo una citazione nel conto del sarto di Sir Timothy Hutton dove un allievo dell’università di Cambridge trascrivendone i conti scrisse “quattro once e, mezzo quarto di dram di merletto napoletano”. Nel 1613 la principessa Elisabetta Stuart sposò Federico V e nell’inventario dotale si certificò anche questo dettaglio: “stretto merletto nero di Napoli, lavorato con picot da entrambi i lati.°° Sull’Itinerario d’Italia del 1832 troviamo scritto: “Con non molto, successo come in altre parti d’Italia, si coltivano in Napoli le arti meccaniche e manifatturiere. Ciò nonostante vi si contano fabbriche di cristalli di buona qualità, di cappelli di paglia , di fiori , di panni , di stoviglie, di merletti, di stoffe di seta, di nastri, di cappelli di feltro , di coralli , ecc.” Nel 1838 Giuseppe Maria Galanti nel suo libro “Napoli e contorni”, riconferma la lavorazione del merletto a Napoli: “Nel conservatorio dello Spirito Santo si fanno molti buoni lavori, specialmente di merletti”. Nel 1893 la contessa Cora Slocomb Savorgnan dedicò alla regina Margherita la guida “Old and new lace in Italy” in occasione della Fiera Colombiana di Chicago per celebrare i 400 anni dalla scoperta dell'America. Cora raccolse le varie istituzioni che si occupavano della diffusione del merletto e testualmente lei scrisse: “Prima fra tutte è l'Istituzione del S.S. Ecce Homo di Napoli, non solo per le sue dimensioni ma perché nel suo Consiglio di Direzione fanno parte diverse Patrone. Questa istituzione, che era rimasta un sonnolento rifugio per vecchie indigenti e bambini storpi, riprese una gloriosa attività durante la terribile piaga del colera del 1885, che spazzò via tutti gli adulti di innumerevoli povere famiglie napoletane e lasciò centinaia di miserabili cenciosi orfani vagare affamati per le strade. Ogni giorno l'istituzione, simile a Cristo nell'azione come nel nome, raccoglieva decine di questi piccoli innocenti affamati sotto le sue affettuose cure, e il re, il governo e la città aiutavano nel buon lavoro così che oggi contiene 350 detenuti e istruisce per 280 giorni studiosi, molti dei quali appartenenti alle classi più disgraziate, che mandano le loro figlie ad apprendere diversi mestieri adatti a donne povere nelle sue grandi aule industriali, spesso tentati solo dal pensiero del rafforzamento fisico da ottenere dalle sue nutrienti zuppe che vengono forniti a mezzogiorno a tutti gli studiosi. Qui vengono copiati tutti i tipi di merletti, le qualità antiche di Valenciennes, punto veneziano, Cardiglia, Reticella, Torchon, napoletano, abruzzese e punto fugio di Milano, e si aggiunge a questo un meraviglioso nuovo pizzo evoluto copiando gli squisiti disegni gotici pubblicati da Padre Pissicelli nella Paleographia di Montecassino, libro che è esposto nella nostra piccola raccolta di disegni per merletti. Nel 1904, Il Giornale di Udine, descrivendo l’operato delle Industrie Femminili Italiane ci dona questa preziosa notizia:” Una scuola di trine al tombolo fondò in Napoli la signora Martorella, un’altra per il merletto a punto ad ago, la signora Rappaini, pure a Napoli.^^Nel 1908 nel dizionario “La Nuova Italia” troviamo scritto:” Il punto di Napoli è un merletto a fuselli similare al punto Milano ma si distingue per avere una rete di fondo meno raffinata.” E arriviamo nel 1909 alla notizia quando riportata da “l’Almanacco Italiano” che pubblica un articolo sulla situazione dei ciechi in italia ed elencando i vari istituti troviamo: “Istituto Principe di Napoli per maschi e femmine, fondato nel 1873 dopo che il ministro Scialoia, avendo visitato l'Ospizio dei Santi Giuseppe e Lucia, e rimasto meravigliato del progresso dell'istruzione di quei ricoverati, consegnò al direttore Martuscelli L. 3500 come sussidio per l'impianto di un Istituto di ciechi il quale fu chiamato " Principe di Napoli „ ed ebbe in dono dal Municipio il locale. Il comm. Martuscelli lo accrebbe di un giardino d'infanzia per i bambini dai quattro ai sette anni, ai quali vengono fatti conoscere gli oggetti, vi è un laboratorio annesso per i soli alunni; v'è una bella biblioteca e vi si insegna la musica a scopo ricreativo e anche per produrre buoni musicisti. Il lavoro manuale, oltre che quello abituale negli altri istituti comprende anche quello del falegname e del calzolaio. Le fanciulle lavorano i merletti a tombolo.

Maestre di merletto del passato nelle Scuole professionali femminili di Napoli

Bonavenia Tullia

Bonavenia Tullia  nacque il 5 ottobre 1883, il primo luglio 1918 raggiunse la prima nomina di insegnante di ruolo e nel 1927 aveva il grado di insegnamento N°11. Nel 1935 aveva raggiunto il 10° grado.

Nell’ Annuario del Ministero di agricoltura, industria e commercio” datato 1915 troviamo citata Bonavenia Tullia, maestra per il laboratorio di merletti a fuselli nella Regia Scuola professionale femminile di Napoli “ Regina Margherita” (Via largo Marcellino, 4) e successivamente nella Regia Scuola professionale femminile di Napoli “ Regina Elena” (Via s. M. di Costantinopoli, 122).

 

 

Bonavenia Tullia la troviamo ancora citata nel “Bollettino degli atti” del 1936, come maestra per il laboratorio di trine e merletti, e nel 1940 e 1943 su “Annuario del Ministero dell'Educazione nazionale” .

 

Cuomo Ermelinda

 

Nel 1907 tra le “Notizie sulle condizioni dell'insegnamento industriale e commerciale” troviamo citata Cuomo Ermelinda come insegnante di merletto della Regia Scuola professionale femminile di Napoli “ Regina Elena” (Via s. M. di Costantinopoli, 122).

 

Nell’ Annuario del Ministero di agricoltura, industria e commercio” datato 1915 la troviamo ancora tra l’elenco delle insegnanti.

Di Tommasi Francesca

Di Tommasi Francesca insegnante di trine, nel 1904 la troviamo nell’elenco delle insegnanti della Scuola Professionale Femminile Istituto “Suor Orsola Benincasa” retto da Adelaide del Balzo principessa Strongoli. (Annuario del Ministero di agricoltura, industria e commercio, 1904)

Bertelli Gemma

Nell’ Annuario del Ministero di agricoltura, industria e commercio” datato 1915 troviamo Bertelli Gemma per il merletto ad ago, nella Regia Scuola professionale femminile di Napoli “ Regina Margherita” (Via largo Marcellino, 4)

 

Annuario Detken guida amministrativa, commerciale, industriale e professionale della città e provincia di Napoli, 1913

Orrico Brigida

Orrico Brigida era insegnante di merletto a fuselli presso la Scuola Professionale Femminile Istituto “Suor Orsola Benincasa” retto da Adelaide del Balzo principessa Strongoli. La troviamo citata nell’annuario Detken del 1913

 

e nell’ Annuario del Ministero di agricoltura, industria e commercio del 1915.

Cipparone Maria

Cipparone Maria era insegnante di trine e merletto presso la regia scuola professionale femminile “ Vittorio Emanuele II”, Vico S. Maria Apparente,12 Napoli. La troviamo citata nel “Annuario del Ministero dell'Educazione nazionale” del 1941 e 1943.

 

Iacuzzi Giuseppina

Giuseppina viene citata nell’ “Annuario del Ministero dell'Educazione nazionale” del 1930 come maestra di laboratorio per trine presso l’Istituto Femminile Educativo di Mondragone, Piazetta mondragone, 18, Napoli

 

 

 

Nel 1924 troviamo nei verbali delle delibere del regio decreto, le tabelle orarie e i nuovi programmi di insegnamento per le scuole professionali femminili  “ Regina Margherita di Savoia”.

Vediamo nel dettaglio il programma per il solo laboratorio di merletto:

Programma del laboratorio di trine, corso superiore

1° anno, 16 ore settimanali

Parte I – Punto asola, a nodo, a tre, cordoncino, cordellina travetta, travetta con pizzetto, foglia arco semplice e con pizzetti triangolo. Semplici merlettino ad ago. Facili applicazioni di punto. Reticello su tela.

Parte II- Treccioline a fuselli, punto tela, tela con magliette, tela con pizzetti, primo merlettino. Lavoro che riassuma il programma svolto tanto per l’insegnamento delle trine ad ago come per quelle a tombolo.

2° anno, 16 ore settimanali

Parte I- Lavorazione del punto reticello con fili più sottili, punto Venezia (Grosso). Avviamento lavoro artistico.

Parte II – Rete, suoi punti di ricamo e rammendatura (filet), punto Sicilia, merletti a fuselli adatti al corso.

3° anno, 22 ore settimanali

Parte I – Punto Venezia a fondo: Burano, punto in aria, punto tagliato a fogliami a grossi rilievi e giornini vari.

Parte II - Punto Milano (fuselli) punto Michelangelo, applicazioni ornate. Rammendi per tipi di lavori conosciuti

.

 

Corso di perfezionamento

1° anno – Punto Venezia finissimo a fondi Alençon, Burano, esagono, punto tagliato a fogliami a piccoli rilievi . Vari tipi di punti in aria.

 

2° anno – Punto rosa-ago. Rammendo su qualunque genere di trina ad ago e tombolo. Lavatura e stiratura dei merletti e restauro di trine antiche. Conoscenza dei vari tipi di merletto, suoi stili ed epoche. Insegnamento come pratica alle alunne delle classi inferiori.**

 

 

Nella mostra industriale svoltasi a Napoli nel 1853, la città propose diversi manufatti caratteristici del luogo: il Reale Albergo dei Poveri presentò quattro merletti di filo e altri merletti in oro, il Conservatorio dello Spirito Santo alcuni merletti fatti dalle monache, il conservatorio di S.Maria Regina del Paradiso alla Sanità espose merletti eseguiti dalle giovanissime allieve.# Nel catalogo della mostra c’è una citazione degna di nota: ”Il saggio d’imitazione del merletto antico, eseguito dalla signora Agata Damiani, è un genere di lavoro unico nell’attuale esposizione: e come tale vuolsi con distinzione ricordare.

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Nel catalogo dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti svoltasi a Napoli nel 1877 troviamo citati diversi merletti napoletani del XVII e XVIII secolo, alcuni anche in oro.

 

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Merlettaia di Capri, George Bernard Butler, 1884 © The Cleveland Museum of Art, Ohio, Stati Uniti. L’artista americano soggiornò alcuni anni in Italia e nel 1884 dipinse a Capri questa figura femminile. La figlia dell’artista, Helen C. Butler, donò questa opera il 2 febbraio del 1915, al Cleveland Museum of Art. Era la prima opera a far parte della collezione museale.

E dopo questo lungo viaggio nella storia arriviamo al presente, un presente aggrappato alla sua storia centenaria che coinvolge tutto il mondo, fatto di persone che si sentono testimoni di una evoluzione nell’arte di intrecciare il filo che dura da più di 500 anni.

Pozzuoli (NA)

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Nel 2011 è nata a Pozzuoli l’associazione “Tombolo Napoletano” per volontà di Filomena Renzi. L’associazione oltre alla divulgazione della tecnica del merletto a fuselli si prefigge l’intento di recuperare la lavorazione del merletto napoletano, le socie fondatrici dell’associazione stanno lavorando con filato di seta italiana sui disegni delle Tavole di “Merletto napoletano” di Gioacchino Toma. Filomena ha realizzato tre pubblicazioni su disegni di Toma, presentandone anche l’esecuzione.

 

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“Merletti Napoletani” a cura di Bianca Rosa Bellomo

 

 

 

 

 

Ischia (NA)

Alla fine del ‘500 a Pozzuoli e nell’isola d’Ischia si producevano dei merletti a fuselli di foggia rustica. Cesare Vecellio sul suo libro” Degli abiti antichi e Moderni di diverse parti del mondo” (Venezia 1590) scrisse riferendosi all’abbigliamento delle donne di Ischia:

 

Incisione di cesare Vecellio, 

 

Le donne d’Ischia, Pasquale Mattej, 1853

Giuseppe D'Ascia nel 1868 scriveva così ”Le nostre madri non vollero esser seconde agli uomini nel culto all'arte, e si fecero distinguere ed ammirare nei gusti muliebri, sì nelle sfarzose fogge degli abili a costume Greco, ricchi di merletti e frange e galloni di oro, sì per i pesanti e ricchi pendenti a foggia di navicella di fino oro con pendenti di perle detti fioccagli alla genovese o navette. Questi fioccagli sono rimasti  ma il costume della ricca e graziosa vestitura sparì e con queste fogge sparirono ancora quelle manifatture di ricercati e stupendi merletti in filo, che allora le nostre madri,  con squisita arte,  sapevano manifatturare,  per guarnirsi, per farne smercio,  per dar finimento alle loro fine biancherie di comparsa. De' questi merletti gli stranieri con premura fin ad ieri ne sono andati in cerca, e noi  loro li abbiamo barattati, spogliandocene più perché ignari del pregio che per bisogno e ce ne siamo privati, senza poterli rimpiazzare, perché le nostre donne, profane a tal culto, ne ignorano l'arte.”**

Agli inizi del 1900 si poteva ancora vedere del bel merletto su tovaglie tende ecc. anche realizzati a filet. Ad Ischia si faceva anche del Torchon con dei bei disegni che veniva venduto per le strade, ma era  di qualità comune e scadente.*

In questa bellissima isola, specialmente a Lacco Ameno, si intrecciava la paglia realizzando dei cestini come i merletti, una originale idea che le donne dell’isola seppero trasportare dal filo di un tempo, alla rafia. Questa lavorazione iniziò dalla metà dell’Ottocento e proseguì per cento anni, rimase sopita nel tempo e nel 2015 è stata riportata in vita da Anna Arcamone. Anna ha saputo trasformare la tecnica del merletto con la rafia realizzando oggetti moderni e innovativi, come i ventagli, sottopiatti, oppure conservando la classicità nei cestini con una sua personale rivisitazione.

    

Creazioni di Anna Arcamone, Ischia, l’intreccio dei moduli a rosetta sono realizzati con la tecnica del “Tenerife”

Portici (NA)

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Teresa Franza: “Il Giardino di Teresa”, 2004

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Teresa Franza “ La Grande Dea Madre”, Medaglia d’argento, XI Biennale Sansepolcro

La grande Dea Madre (spiegazione dell’opera)

Il mito della Dea Madre affonda le sue radici nella cultura millenaria dei
diversi popoli della Terra.
E' la parte femminile del Creato. E' Voce, grazia, bellezza, prosperità,
abbondanza.
Tutto parte da lei e torna a lei.
Così, in questo merletto, una spirale di energia creatrice parte dal suo
ventre fecondo e torna a lei dopo aver avvolto tutto l'universo da lei
stessa generato.(Teresa Franza)

 

A Napoli non c’è una vera e propria tradizione del merletto, ma una nota scuola di ricamo milanese, diede dei corsi in questa città e una signora da Portici, Teresa, vi partecipò. Teresa è diventata abile e possiamo ammirare due sue opere: la prima  ha partecipato al II Concorso Internazionale organizzato dall’Associazione” Bolsena Ricama”.

Nel settembre del 2004, Teresa si è aggiudicata la medaglia d’argento all’XI Biennale di Sansepolcro con “ La Dea Madre”: il tema era “Il Cosmo: Materia e Poesia “. Nel settembre del 2005 ha vinto il 1° concorso organizzato dall’Associazione Merlettando di Cervaro. Teresa ed altre appassionate hanno formato un gruppo, “ Il Fil’Armonico del Miglio d’Oro“, attualmente coltiva la sua passione come una traversata oceanica in solitaria.

Somma Vesuviana (Napoli)

Negli “Atti parlamentari dello Senato”, stampato nel 1919 si parla che a Somma Vesuviana si fanno i merletti a tombolo e anche “ L’Annuario delle Camere di Commercio italiane” del 1940 ne dà la riconferma.

Avellino

La provincia di Avellino tramite la Camera di Commercio di Avellino nel 1873, in occasione dell’Esposizione Universale di Vienna, portò in mostra i suoi merletti.^ Nel 1955 la Scuola d’arte di II grado aveva tra le materie anche il merletto con una maestra d’arte per la tecnica, per il disegno: un insegnante di disegno dal vero, con la direzione dei laboratori della sezione dell'arte del merletto e ricamo.

 

Tufo (Avellino)

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Già da tempi lontani le abili merlettaie lavoravano molto per realizzare capolavori di ineguagliabile pregio. La scuola del merletto di Tufo non è seconda a nessuno e le merlettaie si sono unite in cooperativa per poter meglio vendere i loro manufatti.

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Santa Paolina (Avellino)

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Fiorella, Eva e Rosalia, merlettaie di Santa Paolina

Santa Paolina è un piccolo comune irpino dove si lavora il tombolo e si coltiva il Greco di Tufo Docg.

L'intreccio dei tommarielli eseguito da abili mani forma il "pizzillo", seguendo con precisione il tracciato del disegno su cartone. Un tempo la lavorazione del tombolo veniva tramandata da madre in figlia. Dal 1989, anche la Pro-Loco provvede ogni anno, nel periodo estivo, ad organizzare la Scuola di Tombolo. Il tombolo di Santa Paolina è molto pregiato, richiede grande abilità, impegno e conoscenza dei "segreti" di lavorazione.

Due sono i motivi caratteristici del merletto antico di questi luoghi: la foglia d’uva e la lisca di pesce”. Sono motivi che in tutto il resto d’Italia non si eseguono, si possono trovare delle similitudini nel merletto del Bedfoshire in Inghilterra, Almagro in Spagna, Rauma in Finlandia, Vila do Conde Portogallo. Può variare la forma della foglia, ma la tecnica è molto similare. Chissà quale sarà stato il trait-dunion tra questi paesi!

La "foglia d'uva" è tra le più difficili: si lavora con ben 238 "tommarielli". Si deve ringraziare la signora Aurora Ricciardelli se questa lavorazione non è andata dispersa, perché in passato ha insegnato alle nuove generazioni e alla nipote Fiorella che oggi a 90 anni lavora ancora al tombolo ed è tenutaria della difficile tecnica per eseguirla. Con grande entusiasmo lei dice: “Io lavoro sempre al tombolo, non lo lascio mai! Ho imparato da quando avevo 3-4 anni”.

Eva Spinelli di 69 anni ci racconta:” Il tombolo è un amico e un tesoro, io lo lavoro da quando avevo 9-10 anni e a 60 anni ho imparato la foglia di vite, per imparare ci vuole molto tempo, io ho fatto un copriletto a mia figlia e ci ho messo cinque anni. Quando  ero piccola, i miei erano contadini e la mia mamma mi mandava a portare il latte per il paese e qua in ogni porta c’erano due tre tomboli e anche  merlettaie che facevano il punto antico.  Ero tanto affascinata e solo dieci anni fa l’ho imparato, sapevo fare quello più semplice ma non l’antico.” Anche lei sa fare la foglia d’uva che richiama l'altro prodotto forte di Santa Paolina, che è il vino Greco di Tufo.

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La foglia d’uva che si può realizzare in due dimensioni, esecuzione di Eva Spinelli

Il National Gallery of Victoria di Melbourne conserva questo campione di merletto acquistato nel 1904 e catalogato di provenienza italiana

 

Altra caratteristica lavorazione, molto apprezzata, è la "spina di pesce". Rosalia di 80 anni ha fatto un copriletto per la nipote con i decori a spina di pesce.

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Copriletto realizzato da Rosalia per la nipote eseguito a “spina di pesce” Questo motivo è formato da una foglia ovale realizzata a mezzo punto con la sovrapposizione di un ramoscello a punto spirito come fosse proprio una lisca.

 

Molti sono i "pizzi antichi" contraddistinti da nomi locali quali il rummulillo (piccolo rombo), la via storta, la mennola. I tre tipi di lavorazione "la foglia d'uva, la spina di pesce che si lavora con 70 coppie di fuselli e i pizzi antichi" sono insegnati nel corso di tombolo antico.

Oltre all'esposizione dei lavori della scuola di tombolo e alla dimostrazione pratica, si possono ammirare i lavori delle "pizzillare" di Santa Paolina alla Mostra dell'Artigianato Tipico Irpino, del Greco di Tufo e degli Artisti Irpini che si svolge ogni anno a Santa Paolina. La Pro-Loco intrattiene rapporti nazionali e internazionali con varie associazioni di tombolo.

Dal 2005 il Comune di Santa Paolina premia con il “Tommariello d'Oro” gli irpini illustri come il capo della polizia Antonio Manganelli, Nicola Mancino, Antonio Laudati, Ciriaco De Mita, Carmine Malzoni, e medici di fama mondiale originari della terra avellinese, come il cardiochirurgo pediatrico Antonio Amodeo.

  

 

I giovani e il merletto

Rita Santangelo, volontaria del Servizio Civile, è una giovane di Santa Paolina che ha deciso di non far finire nel dimenticatoio la lavorazione del tombolo, decidendo così di coinvolgere altri giovani come lei per imparare quest’arte e dare dignità alle proprie radici. Rita insieme alle maestre Eva, Renata, Fiorella e altre coetanee insegna il tombolo anche alle bambine a partire dai 6-7 anni. La tecnica le è stata tramandata in famiglia a partire dalla bisnonna, poi alla nonna, alla madre e a lei, testimone di questo prezioso passato e si prefigge di tramandarlo alle sue figlie e nipoti.

 

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Rita Santangelo mentre spiega la lavorazione e la storia del merletto a fuselli

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Alcuni lavori della Scuola di tombolo

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Disegno antico di Santa Paolina con le foglie di vite e i chicchi d’uva

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Merlettaie in Via Roma

Calitri ( Avellino)

Calitri fa parte dell’Associazione Italiana  città del Merletto, del Ricamo e del Tessuto d’Arte.

L’Istituto d’Arte di Calitri, grazie all’impegno di alcuni docenti, ha allestito un Museo, che dal 2005 apre le sue porte il sabato e la domenica. Sono raccolte testimonianze storiche della scuola e dei manufatti, realizzati dagli alunni e dagli insegnanti. Tra sculture, pitture e moltissime opere pregevoli si trova anche la sezione di merletti a tombolo e ricami, a testimoniare che un tempo le donne del luogo si dedicavano a questa attività. Un libro edito nel 1960 ci racconta che la Scuola a quel tempo era articolata in tre sezioni dedicate alla ceramica, legno, ricamo e merletto.° Infatti la Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 1959 pubblicava il bando di concorso per 101 insegnanti di arte applicata nelle scuole d’arte statali e per Avellino si cercavano 4 insegnanti di merletto e ricamo

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Merletto esposto presso il Museo dell’Istituto Statale d'Arte di Calitri

Montefusco ( Avellino)

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Merletti su motivi antichi: “lisca di pesce e foglie d’uva”

 

Coperta realizzata interamente con la foglia d’uva

Particolare ingrandito

Anche a Montefusco il merletto a fuselli è un’arte antica, secondo alcuni storici risale all’epoca degli aragonesi, ma c’è un’altra ipotesi che lo lega al periodo svevo. Per non perdere la tradizione questo paese ha anche una scuola di merletto, per le giovani ragazze. Durante la Fiera di Sant’Egidio ( agosto 2007) un padiglione era interamente dedicato alla “ Mostra del Tombolo). Il merletto di Montefusco è stato presentato anche oltre i confini italiani: nella Fiere internazionali di ToKio, Montreal e Londra.

Adelina Egidio, ricamatrice e merlettaia, ha aperto un laboratorio, si tratta della prima iniziativa in assoluto, nella provincia di Avellino.

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Bordo realizzato a fuselli da Adelina Egidio seguendo il disegno tipico della “lisca di pesce” e della foglia d’uva, i merletti sono in mostra nella stanza “La bottega del tombolo” nel Museo di Montefusco.

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Opera di Adelina Egidio, stanza “La bottega del tombolo”, Museo di Montefusco

In anni recenti Raffaele Oliva, esperto nel ramo dell’abbigliamento e grande appassionato di merletto a fuselli,  ha fondato l’Associazione "Fili e fuselli", con lo scopo di insegnare e diffondere l’arte del merletto.

"A Laura" di Raffaele Oliva, di Montefusco (Avellino), che ha ottenuto la menzione speciale al concorso, indetto da Il Tombolo di Anghiari, "Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna…

Presso il Carcere Borbonico della fortezza Spielberg c’è il Museo del Risorgimento meridionale vi si trova un’ esposizione di merletti e si possono vedere delle dimostrazioni delle abili merlettaie.  Nell’ottobre del 2005 si è svolto presso il carcere, un incontro dal titolo”Il tombolo di Montefusco e Santa Paolina: promozione e tutela delle sue produzioni”. Una giornata di confronto e studio organizzato dal “G.A.L. (Gruppo di Azione Locale) Partenio – Taburno” che ha approfondito la materia con un laboratorio pratico presso l’Oratorio San Giacomo. L’intento è stato quello di proporre ai giovani una alternativa di lavoro, sfruttando le risorse che fanno parte di una tradizione e che sarebbe bene non abbandonare.

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Lavoranti del merlettificio Castagnetti di Montefusco, 1951, video di Mario Panza per gentile concessione di Ludovico Mosca

La Ditta Claudia Castagnetti era molto attiva nella metà del ‘900, infatti troviamo un’altra testimonianza nel “Foreign Commerce Weekly”, settimanale del commercio estero del dipartimento del commercio di Washington, 1953, dove troviamo questo trafiletto che ne pubblicizza l’attività.

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La piccola merlettaia alle prese con tombolo e fuselli è Maria Antonietta Panza, per gentile concessione di Ludovico Mosca. Maria Antonietta da grande insegnò il tombolo antico e in particolare i motivi, “c’entra e iallo” e la “mennola”.

A Montefusco c’è la Chiesa di S. Caterina da Siena del XVII secolo che conserva la pregevole tela del 1718 raffigurante “la Madonna del Pizzillo” dipinta da Francesco de Angelis. In questa raffigurazione, la Vergine è rappresentata avente di fronte una sedia, sulla quale trovasi un cuscino cilindrico con i caratteristici fuselli, propri della lavorazione del tombolo.

     

Particolari del quadro

Positano (Salerno)

Un dizionario amministrativo del 1908* testimonia che in quel periodo le Suore Figlie della Carità avviavano 100 bambine alla lavorazione del merletto.

Anche John Steinbeck, Nobel per la letteratura, ha scritto sulle bambine di Positano: " Alto sul monte, un convento si affaccia sul mare; qui le monache iniziano le bambine all’ultima arte delicata del merletto. Le bambine sono pagate, e col ricavato dei merletti si aiuta la scuola. Le dita agili delle bimbe che lavorano con centinaia di rocchetti fanno venire le vertigini, ma esse alzano la testa tranquille, e ridono e chiacchierano come se non avessero la minima consapevolezza delle loro magiche dita. Alcuni lavori sono d’incredibile bellezza. Ho visto una tovaglia, una tela di ragno intricata come un pensiero. Cinquanta ragazze vi avevano lavorato per un anno.”

Mercato S. Severino (Salerno)

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A Mercato S. Severino si respira aria di bel merletto con Lello di Prizio, artista poliedrico, ricercatore della perfezione della bellezza e di tutto ciò che si può creare con il filo.

Vietri sul Mare (Salerno)

L’”Annuario delle Camere di Commercio italiane” del 1940 ci racconta che questo paese è noto per i suoi merletti e un articolo apparso in rete nel 2018 ci racconta la storia di Flora Naddeo che apprese nei primi del ‘900 l’arte del merletto presso le suore del convento Di Vietri.

“Ciao nonna Flora regina del merletto. L’addio a 108 anni”

SAN CIPRIANO PICENTINO. È morta a 108 anni la nonnina più longeva dei Picentini. La signorina Flora Naddeo era un’artista del tombolo, un antico attrezzo da ricamo. Una passione iniziata da piccola quando rimase dalle suore a Vietri sul Mare e imparò l’arte del merletto e del ricamo. Era nata il 10 aprile del 1910 ed aveva solo 8 anni quando morì la madre Raffaella Marotta, colpita dalla Spagnola, l’epidemia dell’epoca. Suo padre Giuseppe era guardia carceriera e non avendo la forza economica e morale per accudire la figlia, chiese aiuto alle suore di Vietri, e così la piccola rimase nel convento fino al raggiungimento della maggiore età. Coltivò la sua passione più grande, il ricamo e divenne famosa tra i cittadini per la lavorazione del tombolo, un’attività che richiede pazienza, precisione e grande abilità. Un’arte preziosa che Flora ha coltivato fino a pochi anni fa, quando ancora con le mani agili ed esperte, creava meravigliose opere d’arte utilizzando morbida lana, ferri di varie misure, fili di puro cotone e fuselli di legno. In paese, la cara signorina Flora, era considerata una vera “autrice” di pregevoli lavori di antica ed artistica manualità, creati grazie alla preziosità di gesti antichi. I suoi manufatti unici, sono motivo di orgoglio per gli abitanti che li possiedono, le sue meravigliose opere, infatti, hanno impreziosito corredi, abiti e case delle famiglie sanciprianesi e non solo. Durante i funerali, la comunità tutta si è stretta intorno al dolore dei familiari, per salutare la paziente e sopraffina custode di tesori infiniti della storia locale, un pezzo di storia di San Cipriano Picentino.§

Gallo Matese (Caserta)

Gallo Matese è un piccolo caratteristico borgo del Sannio matesino di circa 450 abitanti dove la tradizione del merletto a tombolo è coltivata ancora da alcune signore. La tradizione parla proprio della grande diffusione, in passato, di questa arte antica che oggi, purtroppo, sta scomparendo. Eppure, nei suoi vicoletti, talvolta è ancora possibile imbattersi nel ticchettio dei fuselli, accompagnato dal chiacchiericcio delle donne che portano avanti questa nobile arte. Fino a poco tempo fa, era molto frequente, sulle soglie delle case, al fresco dei portoni, appena cominciava un nuovo giorno, che le donne cominciassero a ricamare le loro meraviglie e dalle loro mani sapienti nascessero leggiadri merletti che divenivano corredo di qualche sposa o che andavano a vestire a festa qualche letto, divano o le pareti di qualche casa. Non che siano scomparsi i bei quadri di queste donne sugli usci delle loro case, ma certamente oggi se ne trovano di meno. Eppure, in pochissime unità, è ancora possibile trovarne. Tombolo nelle lenzuola, nei vassoi, nei quadri, tombolo nei cuscini, nei centrini, nelle orlature delle asciugamani, nei polsini di un abito elegante. E, benché questa tecnica sia purtroppo in via d’estinzione, affascina ancora moltissimo conoscerne le caratteristiche.Tombolo, filo, sproccula (fusello), un uncinetto, il disegno da riprodurre, spille e tanta pazienza e dedizione sono le cose necessarie per la produzione dei manufatti a tombolo. Il filo di cotone, in passato, veniva acquistato nella vicina Isernia, la patria dell’arte del tombolo, che lì arrivò durante il Regno di Napoli nel XIV secolo e si diffuse grazie al lavoro delle monache residenti nel Monastero di Santa Maria delle Monache e di Santa Chiara, le quali ospitavano fanciulle della nobiltà partenopea, che si dedicavano a svariate forme d’arte, dalla pittura, alla musica, fino all’uncinetto. Il primo documento attestante la produzione di una trina a tombolo prodotta dalle religiose del convento isernino risale al 1503. Le sproccule sono dei pezzi di legno opportunamente sagomati, sulle cui teste viene avvolto il filo usato per il manufatto, mentre l’uncinetto serve per i lavori di rifinitura. Su un foglio semirigido di carta viene fotocopiato il disegno da riprodurre e, grazie alle spille, il filo viene intrecciato ad arte seguendo le linee del disegno. Una volta terminato, il manufatto può essere applicato a lenzuola, asciugamani, cuscini, in una cornice a mo’ di quadro, come base di un vassoio. Questa lavorazione si manifesta anche nel costume femminile che veniva  portato dalle giovani spose per otto giorni dopo il matrimonio: la camicia bianca "cammisia" e la cuffia bianca "r't'cattsono” arricchite di preziosi merletti a fuselli.

S.Agata De’ Goti

Anche in questo paese l’arte del tombolo è una produzione artigianale di rilievo.

S.Bartolomeo in Galdo ( Benevento)

Indossano le donne di S. Bartolomeo una camicia di tela o di mussolina, ornala di merletto nella parte superiore, e nelle maniche vicino ai polsi, di falbalà della stessa roba arricciata, preceduto da qualche giro di ricamo di filo rosso. Un giustacuore [corpetto) che suol essere di velluto verde, copre il petto e la vita, allacciandosi dietro le spalle con fìttuccia di color rosso, la cui estremità si lascia pendente: nelle giunture e nel davanti questo giustacuore è ornalo di galloni in oro. Egualmente di velluto verde con galloni d’oro alle estremità inferiori sono le maniche, le quali divise dal giustacuore, si legano ad esso con lacci rossi , lasciando uscire vicino la spalla sbuffi di bianca camicia: due ampie legature (nocche) di nastro color cremisi , una nel davanti, l'altra nel di dietro , sono attaccale all’estremità superiore di ciascuna manica.

Una scolla che un tempo ha dovuto essere di semplice tela bianca, ed ora è di tullo operato con merletto in giro o senza, si adatta sulle spalle, e viene a coprire il petto, incrociandosi le sue estremità alla cintura. Di panno per lo più verde oscuro è la gonna, che parte da un punto piuttosto allo della vita, e scende in giù diligentemente pieghettala, lasciando vedere con la calzatura, porzione della gamba. Un grembiale di seta o di altra stoffa, anche di color verde, largo e lungo, contornato di fittuccia color di rosa vien ligato alla cintura con nastro di egual colore: ampia ligatura (nocca) di fittuccia color cremisi con lunghe estremità pendenti si appunta alla cintura nel di dietro. La testa coprono con una tovaglia piegata in due contornala di merletto, e tenuta larga sul fronte mercè un piumaccelto largo poco men che le spalle: su di essa è appuntalo un pezzo di seta o di altra stoffa simile al grembiale, che ricade largo ed egualmente a doppio sulle spalle, coprendo buona porzione della tovaglia. Tutto questo apparato si chiama Montatura. La gola si vede per lo più ornata di grosse e lunghe file di globetti d’ oro vero o falso, che per lusso si fa no scendere innanzi al petto sino alla cintura. Di diverse forme e grandezze sono gli orecchini, come più o meno abbondanti sono gli anelli che portano alle dita. Al piede scarpe nere con fibbie.

Altavilla Irpina ( Benevento)

Durante il periodo natalizio del 1998, presso il Museo civico di Altavilla, si è svolta una mostra di merletti risalenti al '500  fino al '900.

La mostra, che costituisce una prima introduzione al mondo dei merletti, nasce come idea dalla donazione della raccolta di campioni della gentildonna Elena Orsini, facente parte di un circolo di donne colte che a Perugia si era interessato allo studio di antiche tecniche e moduli decorativi, da far rivivere in una ancora non codificata ricerca delle proprie radici. Queste donne fecero da impulso promotore a manifatture importanti in cui antiche tecniche di tessitura e di ricamo furono rivisitate, fino a creare nuovi punti e nuove tecniche. La baronessa Franchetti, la Haruc, madre adottiva di G. Laiatico Scaravaglio, colta e raffinata studiosa di Storia del Costume (le dobbiamo moltissime voci dell’EI), la marchesa Ranieri di Sorbello, Chiara Bombelli che dettero vita ad importanti laboratori come la tela umbra di Città di Castello, ancora esemplare laboratorio, quello dei Sorbello che crearono l’omonimo punto, vere e proprie piccole industrie che fornivano alle contadine della campagna circostante, la possibilità di guadagni insperati. La mostra perugina del 1908 nasce in questo clima e da queste raccolte i tre preziosi volumi di "Antiche Trine Italiane" di Elisa Ricci. Elena Orsini iniziò la sua raccolta a Perugia; andata sposa prima a Napoli e poi a Roma, continuò ad allargare la sua collezione con quanto poteva offrire sia il mercato che la liberalità di amiche, come la principessa Borghese, che frequentavano il suo salotto anche attirate dalla fama e dalla cultura del marito, il noto pittore della Roma umbertina Giuseppe Cellini, che fra l’altro affrescò la Galleria Sciarpa. Nei reticelli e nei fuselli, il suo interesse si è volto particolarmente a raccogliere le "variazioni su un tema", frutto di mani diverse, che traducevano un modulo noto attraverso i tanti libri di modelli, che nello scorcio dell’800 venivano riscoperti e studiati. Insieme a questo gruppo con esemplari rarissimi, come i due campioni di modano a maglie larghissime, quasi mai presente anche nelle più importanti raccolte museali, viene presentato quanto ancora resta della collezione della prof.ssa Lucia Portoghesi, ceduta al Comune di Spoleto, ma che da dieci anni giace ancora chiusa nelle casse in cui fu consegnata. I frammenti non inseriti nella cessione sono stati riadattati e presentati qui, per completare il quadro di una produzione per la quale l’Italia fu famosa. Nell’Avellinese questa attività fu nota, anche se forse con una tecnica non caratteristica o con moduli altrimenti noti, almeno a quanto finora si è potuto appurare, ma il piccolo buratto proveniente dallo scavo della cripta di Altavilla Irpina, può già dare l’idea al contrario di una produzione peculiare e caratteristica. Ancora molto cammino resta da fare per dare un volto, in prospettiva storica, anche alla produzione di merletti nell’Italia meridionale ; produzione che si vede "a sprazzi" uscire da citazioni in antichi documenti, ma alla quale va dedicato un attento studio perché anch’essa, come i tessuti della Campania, vada man mano uscendo dalle nebbie per offrirci il suo vero volto, e ne siano testimonianza di perfezione tecnica e disegnativa, quanto ne sopravvive in S. Paolina e Montefusco alle cui merlettaie questa mostra è dedicata.( l’articolo si trova nel sito  http://www.altavillabiblioteca.it/Appuntamenti_in_corso.htm)

Maschera napoletana

Scaramuccia è la maschera della Campania nata nel ‘600. Sul suo costume compare un colletto in merletto, a volte è piatto a volte a gorgiera.

Musei e Mostre

Carcere Borbonico Montefusco ( è aperto in poche occasioni)

Telefono: 0825 964003
E-mail:
info@montefusconline.com

Esposizione di merletti e manufatti al tombolo, la mostra si svolge in Agosto.

 

Museo del tombolo, Santa Paolina,  Avellino   

 

Mostra del tombolo e dell'artigianato di Greco del Tufo

            S. Paolina  (Avellino)       La mostra si svolge in settembre 

Esposizione di merletti e manufatti al tombolo

              Montefusco  (Avellino)      La mostra si svolge in Agosto

Museo Civico Filangieri

Via Duomo 228 – 80138  Napoli      081.203211 fax 081.203175

Il Museo conserva una preziosa collezione di merletti e ricami siciliani del XVI secolo.

 

Ringraziamenti

Per la collaborazione data, ringrazio Giuseppe Silvestri, Presidente pro loco di Santa Paolina,  Ludovico Mosca e tutte le merlettaie citate in questa pagina.

^Immagine tratta da un video della redazione “Il Plurale”a cura di Alfonsina Meroli

https://www.ilplurale.it/tombolo-di-santa-paolina-non-lasciamo-morire-le-tradizioni/

Immagine di Fiorella tratta da un video di Telenostra

https://www.youtube.com/watch?v=tLuAeqinMvs

Le pizzillare di Santa Paolina di Enzo Landolfi

https://www.facebook.com/enzolandolfi158/videos/2630548937065286/

http://www.prolococalitri.it/index.php?option=com_content&view=article&id=121

www.comune.montefusco.av.it

http://www.culturaitalia.it/

https://vimeo.com/ludovicomosca

https://vimeo.com/130006533

https://www.facebook.com/hirpinia/videos/montefusco-av/2201620073434127/

 

Bibliografia

 “ Antiche trine “di Elisa Ricci

°Libri e riviste d’Italia volume12,1960

     * La Nuova Italia: dizionario amministrativo, statistico, industriale, commerciale ..1908

§ salerno.occhionotizie.it

# “Elenco di saggi de' prodotti della industria napoletana” presentati nella solenne mostra del dì 30 maggio 1853

 Disamina eseguita dal Reale Istituto d'Incoraggiamento de' saggi esposti nella solenne mostra industriale del 30 maggio 1853

     ** Storia dell'isola d'Ischia,  Giuseppe D'Ascia, 1868

°° History of lace”, Bury Palliser 1865.

** Deliberazioni del regio commissario dell’anno 1924,

^ atti ufficiali dell’esposizione universale di Vienna, 1873

^^Giornale di Udine_1904-01-25 

Gazzetta Ufficiale della Repibblica Italiana 1955-07-07 n. 154_SO_000

Slocomb Cora “A guide to old and new lace in Italy : exhibited at Chicago in 1893”

BOURCARD Francesco, imagine estratta da  Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti.

Sitografia

https://archive.org/details/bub_gb_viEMAAAAYAAJ

https://archive.org/details/022_GiornaleUdine_25-01-1904/mode/

https://archive.org/details/almanaccoitalian1909floruoft/mode/

 

 

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