Michelangelo Jesurum, il “Michelangelo” del merletto

 

    

 

Michelangelo Jesurum, fondatore delle Manifatture Merletti a Venezia, Burano, Pellestrina, Chioggia (30 ottobre 1843- 25 maggio 1909)

 

 

Articolo tratto da una rivista datata primi del 1900.

 

Il centro dell'industria è Venezia, dove hanno sede le grandi aziende di merletti. Indicherò brevemente qualcosa della storia e dell'organizzazione di una delle principali aziende, la M. Jesurum & Co. Il fondatore dell'azienda fu il compianto Michelangelo Jesurum che, nel 1870, si dedicò allo studio della riproduzione dei merletti antichi e fondò le prime scuole professionali a Venezia e Pellestrina. Questo fu l'inizio della grande industria che si sviluppò sotto la sua direzione coinvolgendo circa 5.000 merlettaie e ricamatrici. Dipartimenti e stabilimenti per la produzione e disposizione del merletto e per l'esercizio dell'attività si sono sviluppati con la crescita dell'industria. Sono, in breve:

 

a) La sede centrale di Venezia compresa la sede principale; gli showroom e le mostre che coprono i reparti di passamaneria, biancheria per la casa, tendaggi e drappeggi, damaschi, broccati e velluti, merletti antichi; la manifattura e la scuola del merletto; il dipartimento e la scuola di design; e la scuola per riparare i vecchi merletti.

Gli showroom e la mostra sono forniti di un vasto assortimento per ogni tipologia, comprese praticamente tutte le varietà di merletto. Ci sono bordure e inserti, fazzoletti, sciarpe e veli, ventagli, tovaglie con tovaglioli da abbinare, centrotavola in lino e pizzo, copriletti. Gli assistenti sono preparati per mostrare i prodotti ai visitatori attraverso le stanze apposite. I compratori dall'Europa e dall'America vengono qui per fare acquisti dal grande magazzino che è sempre a disposizione, e per lasciare gli ordini. L'azienda consegnerà anche qualsiasi articolo in qualsiasi parte dell'Italia o dell'Inghilterra (non essendoci alcun dazio all'importazione in quest'ultimo paese) senza spese o obbligo di acquisto. Ad altri paesi invia fotografie, modelli e campioni.

Il reparto dei merletti antichi era organizzato per l'acquisto di merletti in lotti grandi e piccoli o anche piccoli pezzi o frammenti per studio o per il Museo di Pellestrina. Dopo che il disegno e i punti dei vecchi merletti sono stati studiati e riprodotti, vengono venduti o collocati nel museo. Oltre alla produzione c'è una scuola speciale per la riparazione di vecchi merletti.

La sezione del design comprende tre scuole per la formazione di designer nei vari rami dell'industria. In questo reparto nascono i disegni, si studiano, copiano e modificano i vecchi disegni e si eseguono disegni speciali per i clienti. La manifattura e la scuola del merletto occupano lunghe gallerie nell'edificio principale. Gli operai vengono a scuola da Venezia e dai paesi vicini per perfezionarsi in un certo tipo di lavoro.Il lavoro è altamente specializzato. Diversi lavoratori seguono sempre e solo il lavoro per il quale sono stati formati. Pochissimi degli alunni rimangono nella manifattura, ma non appena diventano abili tornano alle loro case per continuare il lavoro ed evadere gli ordini.

b)Le scuole professionali del merletto di Burano, Murano, Venezia, Chioggia, Pellestrina e Torcello, dove si tengono corsi approfonditi di lavorazione del merletto.

c) Le manifatture speciali di Burano, Venezia e Pellestrina per la produzione delle varietà più fini di merletto, per lo più a punta d'ago. I migliori merletti sono prodotti sotto la diretta supervisione di istruttori o supervisori esperti.

d) Il Museo del Merletto Antico e Moderno a Pellestrina. Qui sono esposti i migliori esemplari dell'arte dei merletti Alencon, Bruxelles antica e moderna, Veneziana in Rosaline, punta rialzata e rosa, filet, Valenciennes, Rococò, rinascimentale, Chantilly - tutti riprodotti da maestranze Jesurum. Il valore di una tale mostra nel fissare standard elevati nel design e nella lavorazione è ovvio.

e) Negozi a Venezia, Roma e Lucerna, quest'ultima aperta solo durante la stagione turistica.

I vari stabilimenti e dipartimenti che compongono la casa di Jesurum sono molto organizzati; sono presieduti da specialisti ed esperti e rispondono prontamente alle richieste loro rivolte. Una delle caratteristiche ammirevoli è la disposizione fatta per la formazione delle maestranze, sia stilisti che merlettaie. Mentre ci sono altre scuole che insegnano questo lavoro, in particolare la Regia Scuola di Merletto di Burano, le aziende leader hanno i propri dipartimenti a questo scopo. Questo breve accenno è relativo all'organizzazione di questa ditta e a quanto ha realizzato. C'era un bisogno molto preciso a Venezia, per l'istituzione di industrie domestiche, e i risultati ottenuti lì forniscono una lezione oggettiva molto precisa per noi qui.

In generale, l'industria del merletto e del ricamo è molto delicata, poiché il cambio di moda vieta l'accumulo di grandi scorte. A questo proposito il lavoro manuale ha un vantaggio rispetto al lavoro a macchina in quanto è possibile tenere a portata di mano scorte relativamente grandi di alcuni articoli di base di alta fattura e design, non così sensibili al capriccio della moda.

 

A seguire possiamo vedere alcune locandine e manifesti pubblicitari storici della Ditta Jesurum, ed un articolo di Mario Morasso che esprime tutta la sua solidarietà al merletto e alla ditta Jesurum con competenza e dovizia di particolari. Una testimonianza storica e preziosa, unica, da leggere con attenzione e si potrà capire quanta passione, quante idee, quanta energia, Michelangelo Jesurum ha posto in tutta la sua attività imprenditoriale, in tutti i suoi merletti.

 

Pubblicità tratta dalle guide Treves  “Venezia ed il Veneto”

Merletti esposti da Michelangelo Jesurum e C. di Venezia, nell’Esposizione universale di Parigi del 1889.

Una locandina che pubblicizza le camicette o bluse di merletto

 

 Il record mondiale delle blouses. Lo abbiamo chiamato Record Mondiale perchè crediamo con certezza che nessuna casa del mondo abbia mai prodotto una quantità di Blouses da 3.000 a 5.000 franchi cadauna, come sono queste che abbiamo fatto espressamente per una commissione speciale. Delle blouses appena finite, abbiamo estratto le fotografie: la I e la III sono in punto rosa medio; la II è in Rosaline finissimo; la IV e la V sono in punto di Venezia a rilievo, e tutte fatte ad ago. Questo fatto dimostra la potenza della nostra industria e del grande conto che viene tenuto all’estero. La nostra forza industriale è anche dimostrata dal fatto che non produciamo solo gli articoli ricchi, ma facciamo magnifiche Blouses di ricamo o merletto in tutti i prezzi, cominciando da Lire 30 e progressivamente fino a lire 5000.

M. Jesurum e C.

 

 

 

 

1900

 

In questa locandina si legge: “Nell’interesse delle famiglie, il Comm. Michelangelo Jesurum di Venezia essendosi proposto di ampliare il suo Museo di merletti antichi invita tutte le famiglie che possedessero frammenti, cose importanti, partite di merletti antichi, di volerne fare offerta diretta, colla certezza di poter ricevere un prezzo molto superiore di qualunque speculatore evitando gli intermediary.”

 

 

pubblicità-1910

 

pubbli.1909

 

Nota alla fine della locandina: “Diamo l’incisione di una delle ultime creazioni di STORES di una vera magnificenza sia per disegno che per lavoro. Nel nostro DIPARTIMENTO CORTINAGGI esistono tutti gli ultimi modelli di Stores, Cortine, Vitrages, Coperte da letto, certi di poter soddisfare qualunque esigenza per qualità, disegno e prezzo dal più moderato al più ricco. E’ un articolo oggi di grande attualità e pel quale abbiamo pronto tutti I materiali necessary per poter compiere qualunque commissione nel più breve termine. Interessaimo vivamente le Signore italiane prima d’intraprendere qualsiasi nuovo ammobigliamento a voler chiedere alla nostra casa cataloghi, fotografie e disegni.”

 

 

 

pubblicità del 1910

 

 

 

publ.1900

 

 

Pubblicità apparsa su Guida "ufficiale": inaugurazione del nuovo valico del Sempione Esposizione Internazionale di Milano, 1906.

 

 

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La lavorazione domestica sotto la loggetta e l’arco gotico, foto di James Holcombe per Jesurum

Merlettaia che riproduce un merletto antico

 

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L’anziana merlettaia di Pellestrina Giustica Coja, con operaie della ditta Jesurum

 

 

La scuola “Maria Pia” nel laboratorio Jesurum

 

Merlettaie nel laboratorio Jesurum

 

 

Merletto a fuselli Jesurum di ispirazione floreale, descritto da Mario Morasso nel suo articolo apparso su “Emporium”

 

 

Ventaglio a punto Venezia ad ago, riproduzione dall’antico, esposto e premiato a Parigi

 

negozio jesurum p.zza spagna roma

Panoramica del negozio Jesurum a Roma in Piazza di Spagna

 

 

Inserto pubblicitario tratto da “Woman's exhibition 1900”, Esposizione femminile, Londra, 1900

 

 

 

 

 

Il Museo Jesurum fondato a Pellestrina nel 1906

 

Giulio Rosso

Giulio Rosso, pittore, attivissimo ed affermato decoratore murale e creatore di modelli per i merletti della ditta Jesurum, svolse una intensa collaborazione per la Manifattura di merletti, per la quale creò una raffinata serie di disegni. La perfezione tecnica dei laboratori Jesurum e le idee innovative di Giulio Rosso riportarono in auge una tradizione che sembrava sopita nel tempo.

“Ricamatrici”, Giulio Rosso”

 

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”La leggenda del merletto” Striscia da tavolo in punto Venezia ad ago, disegno di Giulio Rosso per Jesurum.

 

 

 

Merletto a fuselli su disegno di Giulio Rosso per Jesurum

 

 

 

Particolare di un centro da tavolo disegnato da Giulio Rosso ed eseguito dalla manifattura Jesurum

 

 

 

Centro da tavolo in rete ricamata disegnato da Giulio Rosso ed eseguito dalla manifattura Jesurum

 

 

 

Tovaglia eseguita a filet o rete ricamata, disegno di Giulio Rosso

 

 

 

Tratto dal “Giornale di Udine”, 1891

 

                                                                                                                                    

 

“Merletti e Trine”, era un giornale illustrato offerto gratuitamente alle Signore dalla Ditta Jesurum e Company. Questo è uno stralcio del primo numero datato dicembre 1886. All’inizio della prima pagina si consiglia: “ Le signore sono pregate di conservare questo e I seguenti numeri del nostro giornale, perchè formeranno una serie di studi interessanti sui merletti. Alla fine dell’anno manderemo in dono una elegante cartella per tenere riuniti tutti I numeri del nostro giornale”

 

 

 

 

 

L’ARTE DEI MERLETTI A VENEZIA di Mario Morasso, 1895°

 

Tessuto leggero aereo; opera più delicata di tutto il lavoro umano; capricci; fantasie; volute di profumo figurate materialmente ma con ogni sottigliezza originale; ambiguo istante fissato in cui ciò che è inafferrabile comincia a prendere sostanza e forma; sospiro di bocca sopra un lucido specchio, quale elogio, quale una pura poetica immagine ancora non fu espressa per celebrare la trasparente bellezza del merletto? E voi mani esperte e pazienti, intente nella creazione lenta ed acuta, sovente obliate dalla ammirazione per la cosa creata, mani femminili che tracciate un disegno con un solo nesso, la lode che tante volte vi fu attribuita può ancora rinvenire una nuova corona da dedicarvi? Io non so rispondere precisamente. Non so se sia possibile scoprire pregi nuovi e fascini ignorati nei fiori costrutti dall’ago, o forme verbali sconosciute per glorificarli, soltanto io so che nell’ammirare la preziosa trina la mia commozione è profonda e sempre rinnovata, e che io dirò quello che essa mi suggerisce, nè mi dorrò se avrò ripetuto la frase altrui, poiché sicuramente la avrò animata del mio fervore.

Io ricordo minutamente, allorquando nello Stabilimento Jesurum una graziosa fanciulla mi mostrava adattandoli sulla persona o facendoli scorrere sopra il velluto nero tutte le diverse specie di pizzi, le impressioni, i richiami, le considerazioni che succedevano in me incessantemente, mentre gli occhi restavano assorti.

Era tutta una serie di pensieri e di commovimenti contrastanti che si agitavano nel mio spirito. Per prima cosa io pensava alla quantità ingente di lavoro umano compendiata in così breve tratto, in opera così impalpabile e vaporosa; per mesi e mesi infaticabilmente una esistenza era stata completamente consacrata in quella azione, e per uno sforzo così diuturno e greve risultava un prodigio di esilità e di leggerezza diafana. E nello stesso tempo tutta l’aureola romantica posta dalla letteratura attorno al pizzo mi si illuminava vivamente.

Io non sapeva trattenermi dal pensare alle magiche abilità delle fate disegnanti sull’azzurro dei cieli con la rugiada la trina famosa per la principessa favorita; dal pensare agli insigni collari che circondavano le superbe leggiadrìe delle regali amatrici; dal pensare alle misteriose pezze di merletto tramandate di generazione in generazione, portando rinchiuso fra esili file un pauroso destino.

Poi la visione immediata del bel pizzo nuovo e la dolce parola della presentatrice rompevano il sogno, mi designavano la realtà non meno profonda e piacente del sogno. Sul pizzo disteso correva un agile ondeggiare di fiori e di fronde. Nulla poteva concepirsi di più raffinato e di più bizzarro di quel meraviglioso intrico di fili, che un soffio faceva rabbrividire e dietro al quale appariva il nero luccicore del velluto, eppure contemporanea mente sorgeva l’illusione ili essere in cospetto di una trama essenziale delle cose e della vita, di vedere uno schema purificato mondato delle gravezze e delle opacità della materia, un disegno essenziale ricavato dal secreto degli esseri. Quel fiore non mi si svelava nel primo intuito, nel suo tipo elementare sul quale la natura avrebbe posto dopo linfe, cellule, fibre e colori?

Ed infine ritornava la mente alle mani industri continuamente moventisi nello stesso tratto, talché non se ne discerne nè il gesto nè l’avanzare, e mi sembravano occupate nell’opera più artificiosa, più innaturale consentita a mano umana; era quello invero un prodotto ricavato soltanto dal genio dell’uomo a cui niun altro fattore aveva contribuito; quando improvvisamente l’opera compiuta si palesava con aspetti eguali a ciò che la natura ci offre nei suoi inconsci impeti creativi.

No, non era più un artificio; quelle mani instancabili creavano naturalmente inconsapevolmente per una loro intrinseca virtù feconda siccome creano le forze perenni della natura, come le onde volgenti e le acque cadenti si circondano di trine di spuma sempre rinnovate, come le nubi si svolgono con un merletto infinito sull’orizzonte, come la neve e il ghiaccio adornano dei più difficili rabeschi gli alberi spogli e le povere capanne, come le rondini ammorbidiscono il nido ove si perpetua la vita. E saliva in me fervida l’ammirazione per le artefici oscure ed anonime, traenti dalla stirpe la sapienza istintiva della bellezza per chi avea in loro svolta ed educata tale virtù insigne, per chi ne aveva guidato le prime esplicazioni, per chi la aveva fatta rifiorire, dopo lunghi anni di decadimento, incitando all’opera, organizzando il lavoro modernamente, rinnovando ed affinando il prodotto, diffondendolo e facendolo degnamente amare e valutare nel mondo.

Nell’ampio salone centrale dello Stabilimento, dove io stava, alle pareti in vetrine ripiene e sui tavoli ricoperti di velluto in grossi cumuli si ammassava, si offeriva, attraeva la complicata, la sontuosa ricchezza di mille diversi merletti e

ininterrottamente all’intorno si agitava e si mutava una folla signorile cosmopolita, estatica affascinata avida, venuta a inchinarsi al nostro genio ed a portarci il suo oro.

Ma tutte queste sono forse vecchie istorie ben note! Forse; ma non tanto quanto si crederebbe, se ancora è possibile che su periodici esteri si pubblichino errori e sbagliate notizie, come i seguenti, apparsi tempo addietro nella Woche, riferiti pure da qualche rivista italiana.

È una donna che scrive, la signora Dorotea Göbeler, e l’articolo ha per titolo: Pizzi su tutta la linea. I merletti veneziani sarebbero……slesiani?*: « Ormai non si può pensare ad una elegante toilette senza ornamenti di pizzi. In lievi pieghe si stendono sulle braccia e sul dorso, cingono come una graziosa cuffietta il capo della matrona, s’inanellano intorno alla veste vaporosa della fanciulla. Là dove il denaro non forma una questione, si preferiscono a tutti, i cosiddetti « merletti veri » e tra questi nel favore della moda, stanno sopra tutti i veneziani. È vero però che quanto oggi viene in commercio sotto il nome di Points de Venise non ha più nulla di comune, tranne il nome, con la città dell’Adriatico. Sono quasi senza eccezione manufatti tedeschi e si fabbricano nella Slesia, specialmente a Hirsckberg e nei dintorni. Le imitazioni però non sono inferiori agli antichi originali. Tutti i motivi che sono stati eseguiti, secoli sono, dalle geniali figlie della città dei dogi rivivono lietamente nei nuovi prodotti. »

Tante parole altrettanti spropositi o volute denigrazioni contro di noi e le industrie e le arti nostre. Non sembra possibile che con tanta leggerezza si possano enunciare affermazioni simili così inesatte e dannose, le quali contraddicono apertamente la verità più comune, quella che i fatti di ogni giorno pongono a ognuno sotto occhio. Certo la scrittrice non è stata mai a Venezia, e si figura probabilmente una Venezia languida e misera, riflesso soltanto delle grandi memorie, quale poteva essere un mezzo secolo addietro, donde la sua risoluta dichiarazione che a Venezia non si fabbricano più merletti e che i merletti veneziani vengono dalla Slesia.

Ora se malgrado tutto, malgrado gli sforzi nostri per farci estimare come meritiamo all’estero, malgrado l’innegabile e immenso progresso conseguito da noi nelle arti e nelle industrie, malgrado la corrente innumerevole e sempre più fitta di forestieri che ci visita e che è ben costretta a ricredersi su molti pregiudizi sfavorevoli, si possono affermare cose tanto enormi e queste possono ripetersi anche in Italia, senza che sorga una violenta protesta, vuol dire che non sarà del tutto inopportuno anche l’insistere su quello che fu già detto per far conoscere ben addentro questa magnifica arte del pizzo, così singolare come quella che aduna i più alti pregi della creazione artistica e la più prolungata e attenta applicazione del lavoro manuale. Io ben mi propongo tale scopo, lieto se anche in minima parte contribuirò a illustrare e a riconfermare il nostro primato.

 

 

 

Particolare del dipinto “Merlettaie a Pellestrina”, Raffaele Mainella

 

 

Niun dato storico ci schiarisce l’origine del merletto, la genesi di questa strana opera che non si sa se meglio chiamare arte o industria. Se si vuole spingere l’indagine oltre la notizia storica, dobbiamo naturalmente procedere per ipotesi, soccorrendoci con l’analisi dei vocaboli e con le analogie e le probabilità che appariscono più convenienti. Veramente si dovrebbe cominciare col definire che cosa si intende per merletto; si dovrebbe dire che merletto significa ogni lavoro di filo di lino o di seta, di cui le trame si svolgono in modo continuo senza mai tornare addietro; ma non sarebbe questa una pedanteria? Quale è la dama a cui la parola merletto non rievochi la visione precisa della cosa significata?

Se la definizione è superflua, non è superfluo lo accennare all’indirizzo da tenersi nella ricerca delle origini. Qualsiasi oggetto d’arte, di lusso, di ornamento, che rappresenta cioè un impiego di lavoro umano sottratto a fini immediatamente e materialmente utilitari, non fu tale ai suoi inizi; è quasi certo che in origine deve aver corrisposto ad una necessità o per Io meno deve essere sorto modellandosi sopra quanto si faceva per adempiere ad una delle necessità della esistenza. E il merletto non si sottrae a questa legge; esso non apparì già, sia pure con forme più semplici e rozze delle attuali, come un esclusivo ornamento, soprattutto il suo originale modo di costruzione e la sua caratteristica struttura furono il prodotto di una invenzione maturata completa nel cervello umano riflettente su! Proposito di fare il merletto o il frutto del caso; bensì esso derivò da una lenta e progressiva elaborazione di qualcosa che si faceva a scopo utile, che doveva essere necessario.

Movendo da questa premessa vi è chi collega il merletto alle riparazioni occorrenti alle vesti dell’uomo consunte dall’uso e dal tempo. I primi vestiti non avevano probabilmente altro scopo oltre quello di ripararci dal freddo e di difenderci in genere dagli agenti esterni, ed il bisogno di conservare questi vestiti, di accomodarli, di rattopparli dovette farsi sentire prima del desiderio di adornarli. Appare quindi probabile che dal fatto di riavvicinare, di riunire i margini strappati delle stoffe e di ripassarne e rinforzarne con trapunti le parti consunte, fatte sottili dall’uso, sia sorta la prima idea dell’ornamentazione, specialmente ai margini degli abiti; ornamenti eseguiti mediante un filo continuo incrociantesi e attraversante il tessuto a una distanza variabile, ora però estesa così da apparire come una allacciatura, al pari di quelle che erano in moda in taluni costumi ricchi del seicento e che ancora si conservano in qualche parte dell’abbigliamento femminile, ora più accorciata e fitta così da dar l’aspetto di un reticolato, o da fingere un più rado tessuto, talché dalla parola racconciare si potè formare poi la parola ricami. E non diversamente si deve essere pervenuti a quello speciale adornamento che è la frangia e da questa al gallone, all’orlatura. Gli abiti le stoffe per l’uso e lo strofinio si laceravano, si sfilacciavano ai bordi, donde la necessità o di intrecciare le sfilacciature o di contenerle con una fitta cucitura o con l’applicazione di una striscia di stoffa tutto all’intorno. Ed ecco che subitamente si ha la visione delle frange, dei galloni e dei merletti che adornano i bordi dell’abbigliamento, specie delle maniche, che guarniscono i lembi delle cravatte, i margini di uno scialle, di un fazzoletto ecc. Chiaramente designano questa origine le parole frangia, merletto (i merli delle mura) e in francese dentelle, o i loro sinonimi in altre lingue, per indicare in genere ogni ornamento posto all’estremità di una parte dell’abito o di un dato oggetto e che termina in numerose punte. L’industria dunque tanto raffinata e lussuosa, che ben può dirsi arte, del merletto, verrebbe dalle prime necessità della vita, dai primi guasti arrecati dall’uso negli abbigliamenti grossolani dell’uomo di altre età. Ammesso ciò, lo sviluppo probabile della fattura sarebbe stato il seguente: dapprima il ricamo a fondo pieno e quindi ritagliato a giorno , poi l’ornamentazione ai margini dei vestiti o di altri oggetti, ritirando il filo del tessuto medesimo e i ricami ornamentali fatti ad ago non su un’altra stoffa ma sul fondo istesso dell’oggetto; dapprima i ritagli e le sfilacciature libere, poi intrecciate le une con le altre sui bordi, poi le strisce formate da fili diversamente intrecciati per essere applicati lungo gli orli dei vestiti o degli altri oggetti, come appunto sono i pizzi a fuselli.

Da qui le due grandi categorie di merletti, quelli ad ago e quelli a fuselli, che comprendono tutte le varietà minori, tutto quanto si può fare in questo campo.

Questa spiegazione delle origini generalmente accettata non mi appaga interamente. Se essa è valevole a illuminarci specialmente sullo stadio necessario per cui deve essere passato il merletto prima di diventare un ornamento di lusso per soprattutto stante, se essa soddisfacentemente ci rischiara intorno all’applicazione del merletto all’abbigliamento, se infine esaurientemente essa ci dichiara la tecnica delle frange e del merletto a fuselli, ci lascia incerti sulla essenza, sull’intimo meccanismo, su ciò che costituisce la peculiarità tipica del pizzo. In altre parole, se la spiegazione riferita ci accontenta per quanto si riferisce al frastagliamento, poco ci dice sul traforo sulla trasparenza che del pizzo è la principale distinzione.

Come può essere sorta l’idea di questo tessuto rado traforato inutile per i bisogni della vita, dalla semplice copertura delle membra alla protezione contro il freddo o contro altre impressioni esterne, di questo tessuto fragile, poco adattabile agli usi comuni? Si dice: «Dal diradamento operato dal consumo sulle stoffe». Ma questo non può essere, sia perchè è difficile che un ornamento prenda proprio a modello una cosa ornai spregevole e inutile come un panno consunto, sia soprattutto noi troviamo contemporaneo dei più antichi panni un tessuto speciale lieve rado traforato ornamentale (che contiene cioè molte delle caratteristiche del pizzo) che è il velo. Se mi è consentita la parola, vorrei dire che il velo mi sembra quasi il substratum, la base del pizzo, e può essere considerato come il fondo sul quale il merletto svolge le sue sottili e artistiche figurazioni. Il merletto infatti, quando si faccia astrazione dal disegno, può concepirsi perfettamente come un velo.

Inoltre io mi sento invincibilmente portato a ricordare un altro oggetto, e questo non più ornamentale ma praticamente utile, la rete, di cui il tessuto può ritenersi l’antecedente rozzo del velo e poi del pizzo; poiché è certo, come dimostrano gli scavi fatti ove esistevano villaggi lacustri preistorici, che la rete si costruiva e si usava, presso a poco eguale a quella odierna, prima assai che l’umanità si fabbricasse veli e pizzi. Talché nel tessuto traforato veramente primitivo e originale, e forse anteriore ad ogni altro, della rete, io inclinerei a vedere se non la fonte, per lo meno la guida, l’indicazione o la materia prima, l’elemento generale del velo e del merletto. La rete è indubbiamente l’oggetto più antico in cui il tessuto rado e traforato trovi una applicazione rispondente a fini di pratica e immediata utilità.

E nella descrizione che si legge nella Bibbia del tempio di Salomone si parla già di cortine fatte a reticelle, e senza dubbio si allude a un tessuto trasparente come un velo, se non traforato come un merletto in quel passo dell’Iliade ove si narra che Elena ricamava una scena di battaglia in tal guisa che il disegno si scorgeva egualmente da ambedue le parti. Con questo non intendo, ripeto, affermare che il pizzo derivi dalla rete, soltanto ritengo che il pizzo, sorto in tempi più vicini a noi e con una industria dell’abbigliamento più progredita, abbia nella rete trovato una ispirazione, si sia giovato di quel tessuto che a niun uomo sarebbe mai venuto in mente di inventare nell’àmbito dell’abbigliamento. Ed a persuadermi che questa mia opinione non è troppo avventata mi si porgono questa volta due rilievi storici.

Se unicamente dalle necessità del vestiario il merletto avesse tratto origine e ispirazione, siccome queste necessità debbono essersi inevitabilmente verificate da per tutto ove si portavano abiti, la fabbricazione del merletto sarebbe per lo meno cominciata ovunque, in ogni paese, sui monti e in riva al mare. Ma questo non è, poiché fino dal primo apparire del merletto, fino dalle prime tracce che noi ne abbiamo, noi lo troviamo indissolubilmente associato ad alcuni, a pochissimi centri di fabbricazione. Soprattutto si può obbiettare che questo dipenda dalla difficoltà di aver la materia prima o di effettuare la fabbricazione. La materia prima è il filo, e questo si trova in ogni luogo, come in ogni luogo troviamo di conseguenza la fabbricazione della tela e dei tessuti; in quanto alla abilità fabbricatrice, essa non implica sicuro facoltà esclusive di un dato popolo o di una data regione. Di una importanza ancor più grande per il mio asserto è il secondo fatto, quello che dalle origini fino ad oggi i merletti più celebrati vengono da centri e da popolazioni marittime, da civiltà eminentemente marinare — Venezia e l’Olanda —, che anzi Venezia istessa viene da taluni storici indicata come la culla del merletto, e che infine le operaie dei merletti sono precisamente oggi ancora le donne dei pescatori. Sia a Chioggia, a Burano, a Pellestrina, sia nella riviera ligure, sono mogli figlie e sorelle di pescatori e di marinai che sulla porta delle case, sulla spiaggia, ove le reti asciugano al sole, intente miniano con i fili e con l’ago o descrivono intrecciando coi fuselli.

E l’argomento mi pare decisivo.

 

 

Sono arrivato così alla parte storica, dopo un lungo indugio nel periodo delle origini, indugio che non fu forse inopportuno, trattandosi di notizie men note, indugio che verrà compensato dalla brevità sommaria dei cenni storici che ora aggiungerò e che mi è consentita dalla notorietà, che mediante innumerevoli studi recenti, ha acquistato la storia dei merletti. Una intera biblioteca esiste ora al riguardo, composta di opere antiche e moderne, di lavori dì gran mole e di monografie trattanti qualche speciale questione, epperò è del tutto inutile il rifarsi da capo.

Basta qui rilevare che la storia dei merletti ha la sua sede e il suo quadro di svolgimento a Venezia ed è intimamente connessa con la storia di Venezia. Poiché se viene storicamente contrastata ma non negata a Venezia la gloria di aver inventato il merletto, di esserne stata la prima culla, è del tutto fuor di questione che essa ne fu la patria ideale, la patria per eccellenza, che nella fabbricazione del merletto Venezia raggiunse e serbò a lungo il primato e che fu maestra a molte nazioni, specialmente alla Francia. Non tutti però i generi e le varietà (e per dir più propriamente i punti ) del merletto sorsero nello stesso tempo e si fabbricarono contemporaneamente. Il meno complicato è uno dei più antichi generi di merletti ad ago, è quello risultante dal punto tagliato. Nel Museo municipale di Venezia si conserva un delizioso Carpaccio, di una freschezza e di una profondità senza pari, nel quale si ammirano due donne in ricchi abbigliamenti del secolo XV. Una di esse porta sull’orlo della veste una leggera trina bianca simile a quella che si ritrova nella “Corona” del Vecellio e in molti altri lavori simili, in cui tale trina è precisamente chiamata punto tagliato. Dopo il secolo quindicesimo e durante il decimosesto il punto tagliato godette grande favore; Matteo Pagano pubblicava nel 1558 “la Gloria et l’honore dei ponti tagliati et ponti in aere”, ed era un altro veneziano Federico Vinciolo che portava al più alto grado la fama di questo punto in Francia, allorquando faceva stampare a Parigi nel 1587 i “Singuliers et nouveaux pourtraicts et ouvrages de lingerie”, ove si trovano specialmente disegni di punti tagliati. Questo punto, precisamente soprattutto più antico degli altri, già fiorente quando gli altri principiavano, decade e perde il favore quando gli altri suoi rivali arrivano a tal perfezione, che esso non può sperare di attingere. E gli altri punti di cui troviamo menzione e testimonianze nel secolo XV sono: il punto a reticella che è nominato da Giacomo Franco nella “Nuova invenzione di diverse mostre” stampata nel 1596, inoltre alcune pitture di Gentile Bellini esistenti all’ Accademia di Venezia ci rappresentano donne con il collo e il petto coperti di pizzo che si avvicina al punto a reticella ; anche esso cadde in disuso per i capricci della moda.

Più rinomato è il punto in aria, che si trova ricordato nell’ “opera nuova” di Giovanni Antonio Tagliente stampata a Venezia nel 1530, ma i primi modelli del vero punto a giorno ci sono riferiti nel 1557. L’inventario del mobiglio di Giovanni Battista Valier, vescovo di Cividale e di Belluno, redatto nel 1598 porta cinque pezzi da fornimento da letto de ponte in agiere.... lavorieri antigi (cinque pezzi di arredi per letto in punto in aria.... lavori antichi). Il punto in aria dovette essere compreso nelle leggi suntuarie della Repubblica. Durante gli anni 1616, 1633, 1634 i Provveditori alle Pompe lo proscrissero da Venezia sotto pena di una ammenda di 200 Ducati, ma la moda lo mantenne in favore malgrado ogni legge, forse in causa dello stesso divieto della legge. Il collare eseguito dalle dame di Venezia servendosi di capelli bianchissimi e destinato a Luigi XIV in occasione della sua incoronazione era fatto in punto in aria.

Il punto tagliato a fiorami per le sue forme rilevate, per il suo aspetto di morbido bassorilievo acquistò in breve una reputazione superiore a quella degli altri punti che si eseguivano in Venezia. Esso rappresenta nell’arte del pizzo il riflesso del barocco nel suo migliore intento decorativo. L’ornamentazione vi diventa intensa; la trina è sovracarica di magnificenze; esso è il preferito negli abbigliamenti solenni dei più eminenti veneziani alla metà del secolo XVII e forma il principale ornamento delle chiese e degli ecclesiastici.

Tra i punti più celebrati e più fini devesi ricordare quello a rosa o a roselline, di cui Venezia può attribuirsi la priorità, tanto che esso veniva compreso sotto il nome generico di punto di Venezia, quale indicazione del paese di provenienza. È uno squisito lavoro in cui l’artefice sembra che tracci le sue figure con ghirlande di rose, e il pizzo nel suo complesso ci porge l’immagine di un fitto rosario in fiore.

Del punto di Burano e del punto di Venezia non si ha notizia che in un tempo molto posteriore. La Gazzetta veneta de! 1792 segnala per prima il punto di Barano di cui, dice, si faceva un gran commercio nei tempi antichi. Le prime traccie del punto di Venezia si hanno al principio del secolo XVII. I fastosi vestiti di allora richiedevano ornamenti altrettanto magnifici in armonia con la splendida ricchezza dei broccati e dei velluti, e i disegnatori escogitavano tosto i modelli più graziosi e suntuosi. Introdotto in Francia, questo punto vi acquistò in breve grande voga, tanto che Colbert, intuendo i profitti che si potevano ricavare da questa industria, invitò e attirò in Francia operaie veneziane per insegnarvi il segreto del loro prezioso lavoro.

Il merletto a fuselli è pure uno dei più antichi e di cui si hanno lontane tracce. Esso forma una vera specialità veneziana; ed a questo proposito noto per incidenza che mentre il merletto a fuselli è quello che si avvicina di più, e come apparenza e come sistema di fabbricazione, alla rete, è pur quello che si fabbrica soltanto nei nostri paesi marittimi, e nell’Estuario di Venezia e nella riviera ligure dalle donne dei pescatori oggi ancora, ed è quello che per la perfezione a cui giunse in Venezia può considerarsi come un prodotto esclusivamente veneziano.

Del punto a fuselli oltre a notizie anteriori incerte si ha la menzione sicura nella citata opera di Giacomo Franco Nuova inventione stampata a Venezia nel 1596.

Del resto bisogna procedere molto guardinghi nella denominazione dei merletti, poiché in questa nomenclatura, come risulta dai diversi inventari antichi e recenti, esiste una intricata confusione. Per esempio, quello che oggi si conosce per punto di Burano era chiamato punto di Venezia; il punto tagliato a fiorami è molto noto all’estero come punto di Spagna; certi merletti molto fini di Burano si chiamavano anche point de France o point de Paris, ecc.

 

Punto tagliato a fiorami a rilievo

 

 

Punto a rosette o Rosaline, esposto e premiato a Parigi

 

Da questi brevi cenni sulle diverse qualità di merletto, ognuna delle quali ha la sua tradizione gloriosa, i suoi artefici rinomati e i suoi capolavori celebrati, ma formanti tutte insieme come la primaverile fioritura di uno stesso campo, si ha un concetto complessivo di come si tramandò e si ampliò l’arte del pizzo. Già in fiore al principio del secolo XVI, essa sembra sorta per apprestare i suoi raffinati ornamenti alle ricchezze ed alle eleganze della grandiosa e doviziosa civiltà in cui Venezia si espande. Come le arti vere e proprie e come le altre arti del lusso, quella del pizzo non poteva fiorire e perfezionarsi in una civiltà povera, in una società occupata a provvedere all’esistenza o a costituire il suo dominio, bensì in una civiltà ricca ed insigne in cui le proficue opere e le alte gesta compiute permettessero di goderne i frutti, in copia così abbondante da poterne destinare molti al solo intento di abbellire la vita, di renderla più gaia e più piacente e di magnificare con la profusione e con il lusso sé medesimi. Anzi più di qualsiasi altra arte di lusso, quella dei pizzi ha bisogno per toccare la perfezione di queste condizioni, poiché i suoi prodotti richiedono, per un lato, una ingentissima quantità di opera umana e per un altro lato importano di conseguenza la spesa di una forte somma per colui che vuole fregiarsene. Molte braccia disponibili quindi e molto denaro, oltre le braccia e il denaro occorrenti nelle cose necessarie, ecco due elementi che non si trovano se non quando un popolo ha raggiunto una delle vette del suo destino.

Oltre a questi elementi materiali bisogna pure tener conto di altri elementi, di altri fattori, di quelli ideali importantissimi in un’ opera che come questa del pizzo riveste il carattere di opera d’arte. Non è quindi fuor di luogo il ritenere che all’eccellenza dei merletti concorrono e l’inspirazione artistica e un alto senso decorativo e un gusto raffinato non solo per idearli, ma per comprenderli e per trarne compiacimento profondo dall’uso. Per la bella dama colta e spirituale un prezioso merletto è come una manifestazione dell’invisibile fascino della sua anima. Condizioni intellettuali queste che parimente non si verificano se non in tempi di elevata e fastosa civiltà. Talché si può subito avvertire una speciale relazione fra lo sviluppo dell’arte del pizzo e il movimento della civiltà, relazione di cui ora vedremo più da vicino il carattere.

Infatti insieme all’ampliarsi maestoso della fortuna di Venezia, mentre la civiltà veneziana si avvia al suo massimo fulgore e la vita si fa più opima, più signorile e più voluttuosa, l’arte dei pizzi tocca la sua perfezione, sale nel massimo pregio e raggiunge la più larga estensione. Non si accresce più la grandezza politica della Repubblica, ma Venezia sfrutta il suo enorme patrimonio, le sue sterminate ricchezze per lo splendore della sua esistenza, ed è da tutto il mondo che si muove in pellegrinaggio verso la festa magnifica e continua della vita veneziana, ed è da tutto il mondo che si chiede a Venezia ciò che abbella la vita. Sono questi i tempi che San Marco domina per il fasto e per le eleganze, e che altari e prelati, dame e regine, nobili e imperatori si fregiano dei merletti veneziani.

Per altri due secoli, per il secolo decimo settimo e quasi fino al termine del secolo decimottavo, l’arte dei merletti permane floridissima, migliaia e migliaia di mani delle leggiadre fanciulle delle lagune sono in moto per adornare dei lievi tessuti templi e palagi, le favorite regali e i cavalieri alla moda; celebri pittori disegnano i motivi dei pizzi, e l’arte crea e ricrea miriadi di capolavori estesi e minuscoli quasi composti di fiato: tutti i fiori, tutte le fronde, tutte le ondulazioni, i rabeschi che traccia il sole fra l’erbe o un insetto nel volo le sono acquistati; essa crea un intero mondo pallido, bianco, trasparente, ambiguo, indefinibile di filo, o tesse la trina come un eterno filugello che avvolgerà delicatamente leggiadramente tutte le cose del Mondo.

Dopo una così bella signoria secolare, che trova anzi un suo ultimo sprazzo nella civiltà di decadenza,quando l’adornamento e tutte le arti del lusso e del diletto prendono il sopravento su quelle necessarie ed utili, quando sembra che nella imminenza presentita della prossima fine, in un solo inpeto, in un solo rogo di ebbrezza, vogliano gli uomini ardere ogni bene, l’arte dei merletti precipita insieme al crollo della grande repubblica.

E come la sorte di Venezia sembra troncata in eterno, così pure irreparabile sembra la caduta dell’arte del pizzo. Infatti fino a tanto che perdurano la servitù politica e la costrizione delle anime, fino a tanto che lo straniero cerca di improntare a sé il genio nostro e questo giace sterile, e la città si spopola, langue, e i monumentali palazzi rovinano chiusi e una tetraggine inerte incombe ovunque e la desuetudine disavvezza l’occhio dalla bellezza, lo spirito dalla finezza, e rende le mani ignare grevi e lente, anche l’arte dei merletti giace abbandonata come estinta per sempre. Celebri restano in altri paesi i merletti veneziani, ma la loro prodiga ed eccelsa fonte appare inaridita.

Per fortuna, e politicamente e artisticamente, si tratta solo di apparenze di morte. È un torpore donde una scintilla di libertà sarà sufficiente a far divampare nuovo e lieto il fuoco della vita. Con il fermento per l’indipendenza altri fermenti vitali si suscitano, e appena Venezia risorge libera nella patria italiana comincia a ridestarsi l’arte dei merletti. Siamo nel 1866, il torpido silenzio neppure è durato un secolo.

Ed entriamo così nella nuova èra del merletto, non meno splendida dell’antica in cui essa si allea l’immenso fervore della grande industria moderna.

Il conoscere le origini di questo benefico risorgimento forma per noi ragione di vera compiacenza e nello stesso tempo è doveroso omaggio a coloro che ne sono stati gli illuminati e fiduciosi fautori.

Tre nomi essenzialmente sono collegati al rifiorire dei merletto nelle nostre lagune, quelli della contessa Adriana Marcello, del commendatore Michelangelo Jesurum e di Paulo Fambri, a cui si deve aggiungere quello di colei che di ogni nobile sforzo è patrona e incitatrice, Margherita di Savoia. Ognuno di questi spiriti provvidi e tenaci lavorò in un proprio campo e con mezzi propri, tutti concordando nel solo intento di restaurare un’arte mirabile, una tradizione gloriosa ed una fonte abbondante di ricchezza.

Contemporaneamente, e la coincidenza è invero notevole, quasi che ad essa avesse presieduto una fatalità imprescindibile, come se le volontà diverse degli uomini fossero state spinte dalla forza delle cose; nello stesso momento vunqu e presso che nella stessa maniera, ma senza alcun preventivo accordo, senza alcuno scambio di idee, in cui la contessa Adriana Marcello dava tutta la sua opera per far riviveie a Burano l’arte dei merletti ad ago, il commendatore Michelangelo Jesurum faceva altrettanto a Pellestrina per i merletti a fuselli. E dell’una e dell’altra benemerita iniziativa era caldo valido amoroso cooperatore materialmente e moralmente con i consigli del suo intelletto geniale e con sacrifici pecuniari Paulo Fambri.

A Burano si era trovata una vecchia donna settuagenaria, Cencia Scarpariola, che lavorava in pizzo e serbava così la tradizione dell’antico punto di Burano. Ma la Cencia se sapeva fare il merletto era però incapace di insegnare. Fu incaricata quindi la signora Anna Bellorio maestra alle scuole di Burano di vedere e studiare come la Cencia lavorava e di apprenderne il processo. La Bellorio poco tempo dopo riusciva a insegnare a otto allieve quello che avea potuto imparare. Da questo primo nucleo è sorta e si è sviluppata la scuola di Burano dei merletti ad ago, intorno a cui tanto fu scritto ultimamente.

Men noto è quello che avvenne per i merletti a fuselli, il punto veneziano tipico.

Questi merletti prima del 1866 si facevano a Pellestrina in quantità così scarsa e in modo così imperfetto, che non godevano più di alcuna considerazione soprattutto formavano oggetto di alcun desiderio; essi venivano venduti da due donne nelle campagne attorno a Venezia. Di merletti questi lavori non avevano che il nome, più propriamente potevano dirsi labirinti, aggrovigliamenti inestricabili di fili, uniti rozzamente sulla traccia di qualche linea ingenua meglio che decorativa e attorno a pochi fori inegualmente sparsi sulla carta conduttrice avvolta sul tombolo, da una vecchia contadina, la quale continuava a molestare a deformare qualche vecchio disegno ridotto ormai irriconoscibile.

Nulla più di così trovò lo Jesurum quando si recò in quel tempo a Pellestrina, ma i suoi occhi esperimentati e il suo animo colto e intraprendente intuirono ben presto il partito che si poteva trarre da quei lamentevoli avanzi e i germi fecondi di avvenire che se ne potevano ricavare. Egli prese subito nella sua casa una buona vecchia, certa Giustina Coja che nell’arte dei fuselli si ad dimostrava la più intelligente e con lei, che può dirsi la prima operaia del grande stabilimento Jesurum, cominciò a provare e a riprovare, perfezionando i metodi e la fattura, suggerendo nuovi modi. Da prima tentò la riproduzione di qualche vecchio modello tra i più semplici, per giungere poi con lieto esito ai più complicati. Quando egli potè avere una serie di saggi sufficiente per sostenere il confronto con gli antichi merletti, diè conto del suo tentativo ad amici e intenditori mostrando quei primi prodotti che furono approvati ed ammirati e procacciarono allo Jesurum confortanti incoraggiamenti a continuare. Egli tornò allora a Pellestrina fondando e organizzando una scuola che dopo pochi mesi forni buoni risultati, e alla quale non mancò l’appoggio autorevole di Paulo Fambri.

Lo Jesurum per sviluppare la scuola e l’industria del pizzo dovette risiedere a Pellestrina per parecchi mesi ogni anno, poiché malgrado il buon successo fortissimi erano gli ostacoli da superare e gravi i sacrifici e le fatiche da sopportare. Le maggiori difficoltà erano opposte dalla ignoranza di quelle povere donne e in genere di quelle popolazioni. Ci volle tutta la buona volontà, ci volle tutta la instancabile e paziente energia del comm. Jesurum per persuadere quale era il loro vantaggio a quelle povere figlie e mogli di pescatori, lasciate fino allora nella più squallida miseria e nella più profonda ignoranza. Basti il dire che ogni più piccolo cambiamento, ogni piii lieve progresso, ogni lavoro richiedente un maggiore sforzo di intelligenza assumevano l’importanza di cose straordinarie e dovevano essere retribuiti enormemente, più di quanto meritavano. La lotta contro l’inerzia, contro la consuetudine, contro la routine, la più difficile ed estenuante fra le lotte fu sostenuta per oltre dieci anni, mentre col metodo e coi modelli apprestati dallo Jesurum ne sarebbero bastati, in altre condizioni, assai meno, ma tuttavia la vittoria, conseguita a così alto prezzo, rifulse in fine e coronò tutti i sacrifici, poiché Venezia e le sue isole potevano davvero proclamare di aver riacquistato l’arte e le industrie perdute.

Ma il comm. Jesurum non si accontentò di rifare e bene l’antico, volle tentare il nuovo e nel 1875 inventò i merletti policromi, in cui il colore veniva a rallegrare per la prima volta la pallida trama di tutte quelle esili figurazioni di filo. Sopra disegni di fiori, di frutta, di fronde, di animali, o su pure volute ornamentali il colore si distese con sapienti sfumature con morbidi chiaro-scuri cosi da dar la impressione di un finissimo arazzo, di una delicata miniatura. Il giury dell’esposizione di Parigi del 1878 consacrò l’innovazione giudicando i merletti policromi, la sola cosa nuova apparsa da secoli nella fabbricazione del merletto, e premiandone i primi campioni con la medaglia d’oro, il pubblico sanzionò il giudizio ed il premio, accordando al nuovo pizzo il suo favore.

A questo punto si entra nella fase moderna del merletto e si inizia la grande industria, la quale se delle altre grandi industrie ha adottato alcuni cri¬ teri generali, ha però assunto un tipo specialissimo con norme sue singolari dovute alla singolarità del suo prodotto, il pizzo, il quale, come già ho accennato, accoppia alla natura industriale una natura eminentemente artistica, unica nel suo genere. E mi spiego meglio. La fabbricazione del pizzo è da taluni ritenuta un’arte, da altri un’ industria, e gli uni e gli altri hanno torto e hanno ragione, poiché essa soprattutto simultaneamente e l’una e l’altra, o per meglio dire ha due faccie, l’ una artistica e l’altra industriale. Dal punto di vista artistico essa è un’ opera rigorosamente individuale, dovuta a facoltà ed attitudini artistiche sia pure elementari dell’individuo, facoltà che si riscontrano in grado più o meno eminente che opportune condizioni ed educazioni accrescono ed affinano. Come i prodotti dell’arte pura i merletti hanno uno scopo essenzialmente ornamentale e decorativo e constano di un vero e proprio lavoro artistico che partecipa delle due arti, della pittura e della scultura e ne subisce le regole principali; e come i prodotti dell’arte, i merletti hanno la medesima ricchezza di motivi, di inspirazione, di varietà (sono uno diverso dall’altro e ognuno ha una fisionomia sua propria) e raggiungono la stessa entità di valore e di prezzo.

Dal punto di vista industriale se ne può effettuare la fabbricazione su vasta scala occupando numerosissimi operai, se ne può organizzare la produzione con una certa regolarità fornendo i modelli, apprestando i disegni, fissando determinate norme di valutazione ecc. Ma sopra tutto l’essenza industriale del merletto consiste nella quantità di lavoro effettivo, manuale che in esso è contenuto. Nel quadro pure vi è una data quantità di lavoro effettivo, ma non ha che scarsa o veruna influenza nella determinazione del valore del quadro stesso, valore che viene giudicato in base ad altri criteri, talché un quadro che richiese due giornate di lavoro può valere infinitamente di più di un altro intorno al quale il pittore lavorò un anno; in ogni caso è certo che il valore di un quadro è di gran lunga superiore al valore della quantità di lavoro effettivo in esso condensato. Nel merletto le cose sono del tutto diverse, il valore del merletto a mano è il corrispettivo di altrettanto lavoro rimano che vi fu impiegato, sì come avviene nel più genuino fra i prodotti industriali ; il prezzo del merletto non è un prezzo di affezione, ma il costo autentico della mano d’opera. Niun altro prodotto al mondo, neppure quelli provenienti dalle così dette arti industriali, ha questa duplicità spiccata di natura, esclusiva del merletto; esso nulla è di ibrido però; esso è una vera opera d’arte quando lo si consideri nel corso e nel modo della sua fabbricazione, ed è un oggetto industriale quando lo si ha dinanzi compiuto, pur non perdendo mai le sue pure qualità artistiche.

La grande industria moderna da canto suo si regge su principii che tutti ornai conoscono: impiego di capitali rilevanti, riunione in un solo centro della massima produzione possibile, fusione in una delle molte officine, di tutte le lavorazioni necessarie a produrre un dato oggetto e i suoi affini; trasformazione continua per seguire ogni progresso e ogni lusso che migliori il prodotto, che ne abbassi il costo e che richiami il pubblico; guadagni minimi e larga vendita rapida con prezzi prestabiliti. Come conciliare queste necessità della grande industria con la natura speciale del merletto? Quali di questi principii hanno potuto trovare applicazione nella nuova industria veneziana dei pizzi? E quali nuovi criteri si dovettero trovare e praticare?

Noi ci troviamo veramente in cospetto di un nuovo organismo, originale e poco conosciuto in mezzo all’industria moderna; dinanzi a noi sta Io stabilimento Jesurum, che riverentemente sembra inspirarsi alla maestosità secolare del palazzo dei dogi ; entriamo, guardiamo attentamente dentro e vi troveremo le risposte che cerchiamo. L’impressione che prima ne colpisce è la semplicità unita al bisogno di un lavoro sempre più fervido e di una estensione sempre più ampia per soddisfare lo sviluppo degli affari, è la florida invasione di ogni angolo, che ha messo a profitto ogni cantuccio. E il primo spettacolo che ci si presenta dinanzi è quello della scuola ove un centinaio di fanciulle attraenti per la leggiadria insigne della femminilità veneziana apprendono da abili maestre l’arte del pizzo, di quello ad ago e di quello a fuselli, vengono instrutte nelle difficoltà dei vari punti a roselline, di Durano, di Venezia ecc. La lunga corsìa ove in doppia fila si allineano le brune e le bionde teste giovinette, incoronate da lucenti e gonfi diademi di capelli, curve sui tomboli e sui telai, come dinanzi a un piccolo altare, intente al nobile trapunto come ad un rito, è allietata da quella grazia primaverile che si effonde e dalla gioconda bellezza delle lavoranti e dalla deliziosa signorile opera delle loro mani. La visione è dolce varia e pittoresca tanto che alcuni artisti e fra questi lo Zorn cercarono di riprodurla sulla tela.

 

“ Merlettaie a Venezia”, Anders Leonard Zorn, 1894

 

Questa stessa artisticità dell’aspetto porta subito a riflettere al modo come è stata sistemata la produzione e all’armonia con cui si accordarono gli intenti artistici alle esigenze industriali. Qui si tratta di una scuola, giova ripeterlo, non di un laboratorio; naturalmente si produce, ma il fine principale non è questo, si mira soprattutto a formare operaie sapienti di tutte le strutture del pizzo, educate e affinate sia nella fattura sia nel gusto, le quali poi dovranno portare la loro abilità e la loro scienza nelle case, lungo le vie, sulle spiagge di Venezia e delle isole e qui insegnare a lavorare, perfezionare i processi empirici delle altre lavoranti ecc. Ed ecco il primo divario fra la industria dei merletti e la grande industria, mentre quest’ultima aumenta la produzione accentrandola, formando le grandi masse operaie, la prima invece aumenta la produzione irradiandola e procura anzi di non agglomerare mai il personale, bensì di lasciarlo nel suo ambiente naturale. Tutto deve concorrere, nulla devesi trascurare per aumentare l’eccellenza del prodotto, epperò tenendo conto che il suo processo creativo è eminentemente individuale e artistico, si è pensato che l’operaia non deve trovarsi in un centro artificiale, in un camerone per lei uggioso, cui bensì in condizioni possibilmente simili a quelle in cui si trovava, secoli prima, l’antica fabbricatrice di merletti, nella propria casa, ed avere dinanzi agli occhi gli stessi spettacoli esaltatori di bellezza, inspiratori di nobiltà, di magnificenza, come l’infinità del mare o la dolcezza della laguna colma d’oro nel tramonto, la sagoma perfetta dell’arco gotico e la signorile snellezza di una loggetta dell’antica casa muranese. Solo così il pizzo poteva profittare dei suoi progrediti metodi moderni serbando intatta la nobiltà e la purezza della sua tradizione gloriosa; l’occhio dell’artigiana si serbava incorrotto.

La preoccupazione di mantenere nell’immune campo artistico la produzione del merletto, affinchè maggiormente risalti la sua superiorità sui pizzi fatti a macchina, prevale su tutte le altre e quindi poco si produce nello stabilimento, e si cerca che la massima parte del lavoro sia compiuto a casa. Soprattutto si creda che la produzione sia scarsa ed esiguo il numero delle operaie. Oltre a 3000 sono le operaie che lavorano nei merletti (il numero è però mutevole a seconda delle stagioni e degli anni), diffuse per tutto l’Estuario, a Burano a Pellestrina a Sottomarina a Chioggia a Porto Secco a San Pietro ecc., e ad ogni sabato i raccoglitori adunano migliaia e migliaia di lire di pizzi. Ed un sistema equo e rapido determina insieme al valore del pizzo la misura del compenso all’operaia. Quando si vuol fabbricare un determinato merletto, approntato il disegno, se ne affida l’esecuzione a un’operaia provetta di cui viene sorvegliato il lavoro. Si stabilisce così quante giornate ella impiega a compiere una data quantità, un metro ad esempio, del pizzo voluto, e la somma del salario giornaliero forma la base per dare lo stesso pizzo a cottimo alle operaie che lavorano a casa e per fissare, con l’aggiunta del costo della materia prima e della percentuale di spese e di utili, il prezzo con cui sarà venduto il merletto medesimo.

Ogni operaia indipendente sa che un metro di quel pizzo le viene pagato a tanto, ella è libera poi di impiegare nella fabbricazione quanto tempo vuole, epperò può graduare da soprattutto il guadagno.

Naturalmente questo compenso non è molto e- levato, ma bisogna considerare, in primo luogo, che le operaie mogli e figlie di pescatori, lavorando in casa, impiegano le ore libere, le ore in cui starebbero disoccupate, e quindi ogni guadagno è per così dire un di più, una piccola fortuna; in secondo luogo, data l’opera poco faticosa ma il tempo straordinariamente lungo che il merletto richiede, e i salari fossero più alti, i prezzi raggiungerebbero cifre favolose che ne vunqueimi quasi impossibile la vendita.

Riguardo al prezzo è da tener presente che il costo della materia prima è presso che trascurabile, in un pizzo da 1000 lire al metro vi sarà tanto filo per 5 lire, come pure sempre minore è la percentuale per le spese e gli utili, causa appunto l’estensione sempre maggiore della produzione e dello smercio, per modo che, data pure l’assoluta inalterabilità del prezzo, il compratore ha la certezza che la somma sborsata rappresenta altrettanto lavoro impiegato.

I prezzi dei merletti sono enormemente diversi l’uno dall’altro; si va da un minimo di 20 centesimi al metro (e si tratta sempre di pizzo fatto a mano) a un massimo di 2000 e più lire al metro, non escludendo che per eccezionali occasioni possono farsi speciali merletti superanti le 10000 e anche le 20000 lire. Ve ne è dunque per tutte le borse e per tutti i gusti ed anzi la tendenza odierna il merito dello Stabilimento consistono nell’adattare il pizzo alle diverse capacità economiche, nell’accostarlo anche alle piccole borse, cercando che anche i prodotti inferiori siano curati come quelli preziosi e, per quanto semplici, abbiano sempre la impronta della distinzione e del buon gusto.

È la banalità che deve essere bandita dal merletto a mano, il quale non deve smarrire mai la traccia della sua aristocratica discendenza e special-mente quel senso di malleabilità plastica, di unicità distintiva, di varietà che caratterizza la creazione diretta della mano dell’uomo, il merletto vero dalla eguaglianza secca inespressiva e monotona del merletto falso.

Non mancano merletti falsi, a macchina, fatti bene e assomiglianti a quelli veri, ma fra gli uni e gli altri passa la stessa differenza come fra i gioielli falsi per quanto vistosi e quelli veri per quanto umili. Una signora che ha l’intuito dell’eleganza sa sempre scegliere e preferisce la più modesta pietra buona alla più smagliante collana falsa.

Ed a proposito di pizzi falsi, per il nostro buon nome, non è fuor di luogo rispondere qui alla signora Dorotea Gobeler, che essi piuttosto ci vengono dall’estero.

A parte la preziosità e la bellezza, i nostri merletti a mano hanno su quelli a macchina altre ragioni dì superiorità. Anzitutto la varietà dei tipi, l’individualità quasi di ogni pezzo; soprattutto la fabbricazione di una qualità di merletto a macchina sia remunerativa deve essere fatta in grandi proporzioni; dello stesso merletto occorre eseguirne almeno 5000 metri, mentre a mano il tipo può essere mutato ogni qual volta si vuole; siccome l’operaio non fa che seguire il disegno e questo può sostituirsi con tutta facilità, così appena si ha un tipo la quantità voluta, anche un metro, si può passare ad un altro, senza per questo che il prezzo ne venga alterato. Il merletto a mano poi è più forte e resistente, si presta meglio ad assumere forme differenti ed infine può ritenersi sempre intatto, e cioè esso non è mai rotto, lacerato; quando una lacerazione avviene lo stesso punto che ripara

ricostruisce il disegno.

Sempre a proposito della produzione, il sistema che predomina assoluto è quello della continua trasformazione, dell’assiduo perfezionamento; trovare il nuovo e fare sempre il meglio secondo il canone della grande industria moderna. Ed io non istarò a descrivere i miglioramenti tecnici escogitati ed applicati in questi ultimi anni, accennerò soltanto ad alcune tra le più importanti innovazioni. Già ho fatto parola dei merletti policromi, aggiungerò ora che la fabbricazione ne è estremamente difficile e delicata. Essa richiede dall’operaia non soltanto la consueta abilità, ma anche un certo senso del pittoresco, una certa sapienza del colore. Naturalmente quando il disegno è consegnato per la esecuzione alla operaia, sono pure prestabiliti i colori, ma nel loro accoppiamento e particolarmente nella evanescente sfumatura di ogni tinta è necessaria una attenzione acuta ed un gusto che senta l’armonia digradante delle nuances.

 

 

 

Merletto a fuselli realizzato con sete policrome. Questa tipologia di merletto valse a M. jesurum la conquista della medaglia d’oro all’esposizione Universale di Parigi nel 1878.

 

Si adoperano per questi pizzi sottilissimi fili di seta, talché l’impasto, si consenta la parola, ne risulta omogeneo perfetto, e da una sfumatura si passa all’altra insensibilmente, senza discontinuità siccome avviene nei colori naturali dei fiori. Ed è questo merletto invero una serica fioritura. Variano assiduamente e si rinnovano i modelli, sulla guida sempre della antica eccellenza, per cui non è possibile l’infiltrazione di elementi spuri. I disegni o sono ricavati esattamente dai più celebrati modelli antichi o sono creati da artisti appositi su temi nuovi mantenendo la linea tipica. Nè in questa operazione si potrebbe procedere con maggiore scrupolosità. Per i modelli tratti dall’antico, lo Stabilimento possiede una ampia raccolta, un vero e pregevole museo di pizzi vetusti e preziosissimi, di stoffe, di frammenti di antichissimi tessuti di ogni specie, poiché pur dalle stoffe si può prendere l’ispirazione di un disegno. E i modelli che si creano ex-novo vengono appunto ricavati o da bei disegni di stoffe o da motivi architettonici o infine da figurazioni puramente originali. Ma prima che un modello sia definitivamente scelto, fissato in ogni suo particolare e apprestato per l’esecuzione, quante cautele e quanti studi! E poi quante prove e quante esperienze e tentativi e riprendere da capo, prima che il pizzo eseguito corrisponda alia intenzione e venga passato alla vendita!

Ora appunto si stanno studiando disegni con linee e tratti ornamentali del nuovo stile, ed è già qualche anno che le ricerche sono iniziate per vincere la difficoltà di scegliere quei motivi dello stile nuovo che più convengono al pizzo e di foggiarli in modo che ne prendano il carattere e non urtino contro la tradizione. Alcuni esperimenti sono stati compiuti e felicemente, tanto che questi nuovi saggi figurano insieme agli altri con molto onore alla Esposizione di Torino, ma finora non è stato conseguito il grado definitivo.

Un’altra innovazione si è effettuata nelle forme nel taglio dei merletti, ottenendo un notevole progresso a seconda dei nostri gusti più raffinati e dei capricci del lusso.  senso più squisito che noi abbiamo della natura e la compiacenza più intima con cui la contempliamo ci fanno oggi respingere ogni artifizio, ed artifizio è quella inquadratura rigida in cui nel passato si costringeva ogni disegno, il quale qualunque ne fosse il contorno doveva appoggiarsi all’esterno su linee diritte. E come per appagare questa esigenza l’arte della illustrazione ha tolto via l’inquadratura, talché si vedono ora riprodotte fotografie in cui il contorno è segnato dalla stessa immagine, così i merletti non sono più diritti, non sono più chiusi in alto e in basso da due linee parallele, ma i margini frastagliati sono costituiti dal disegno istesso, e pertanto vediamo i petali di una rosa emergere e arrotondarsi all’infuori, le volute di una ghirlanda alternarsi con dolce onda od avanzare a punta le fronde, secondo il loro reale modo di essere.

Originali e preferite son oggi alcune forme sagomate in modo che il pizzo si trova di per sé naturalmente increspato e ondeggiato. Il merletto non viene fabbricato in linea retta, ma in linea curva, per cui si ottengono specie di archi allargati di cui la circonferenza esterna è molto più ampia di quella interna, la proporzione fra i due bordi, l’esterno e l’interno, è di 3 metri a 1, talché se il pizzo viene tenuto teso per il margine interno alle due estremità, necessariamente si dispone a cannoncini, a ondeggiamenti che presentano leggiadro aspetto di ricchezza e di grazia.

 

 

  

“Godet”, saggi di merletto con un nuovo stile di disegno

 

Questa forma speciale detta godet, appunto per il suo taglio si presta più di qualsiasi altra ad adempiere gli uffici decorativi del merletto; essa può assumere le più svariate fogge secondo la moda e il desiderio di chi se ne adorna. E si rimane ammirati a guardare come per le svelte mani della venditrice il godei si trasforma ora in un superbo colletto che richiama quelli delle dame della corte di Francia, ora in una fluente cravatta, ora in un molle bolero che recinge le forme del corpo,

ora in ciuffo gonfio come di spume, ora in una lunga trina che accentua la linea della veste. Sembra di assistere a un prodigioso cinematografo di eleganza di cui le vedute si succedono inaspettate e innumerevoli!

Ma con ciò mi avvedo che dalla produzione sono passato alla esibizione, dalla creazione, dalla scuola sono pervenuto alla destinazione e alle sale di vendita del merletto. Sotto questo rapporto lo Stabilimento ha potuto del tutto effettuare l’organizzazione del grande commercio moderno. Troviamo lo Stabilimento suddiviso in numerose sezioni per ognuna delle tante applicazioni di cui è suscettibile il merletto, ed altre sezioni offerenti prodotti complementari e affini al merletto: stoffe da abbigliamento e da arredamento, biancheria, ventagli ecc.; ovunque lo stesso comfort semplice e severo, ovunque presentatrici e venditrici gentili e instancabili e ovunque un’esposizione svariatissima, copiosissima: monti di pizzi, di stoffe, campionari, a portata di ogni mano sotto tutti gli sguardi che rimangono attoniti in cospetto di tanta ricchezza profusa con signorile noncuranza.

Finora questa dilagante mostra che pone incontro al visitatore la roba a mucchi era stata usata soltanto dai Grandi Magazzini per oggetti di gran consumo e di scarso valore; ninno aveva avuto l’ardimento di valersene per merce preziosa. Qui la vediamo effettuata per la prima volta e in una guisa tanto insigne che dovrà restare insuperata. Nulla di simile appare neanche nei più rinomati negozi di merletti dell’estero. E bisogna riconoscere che l’ardimento è stato grande e felice. Il compratore si sente altamente compiaciuto e per lo spettacolo sempre consolatore dell’abbondanza, e per la quantità di belle cose che simultaneamente attraggono i suoi sguardi e fra le quali la scelta potrà avvenire liberamente e per la fiducia che gli si addimostra, trattandosi di oggetti di alto valore. Egli in anticipo sa che non dovrà forzare la sua inclinazione nell’acquisto di un oggetto che non corrisponda al suo gusto e ai suoi mezzi, egli comprende che in mezzo a una quantità sì grande potrà accontentare anche le più sottili tendenze del suo desiderio.

 

 

Servizio da tavola con incrostazioni di merletto a “punto rosa di Venezia a grosso rilievo”

 

Inoltre gli è dato così di vedere non su fotografie o sn modelli, ma nella realtà qualsiasi genere di lavoro in pizzo e poi già compiute tutte le possibili applicazioni del pizzo stesso, e mentre gli si evita il fastidio di ordinare a lunga scadenza, gli si procura la gioia di potersi portar via subito l’oggetto bramato, magari un pizzo che richiede mesi e mesi di lavoro.

Così nel primo salone centrale, di cui ho parlato in principio, si trova il merletto da solo, e specialmente i più preziosi e belli merletti destinati all’abbigliamento; qui è il ritrovo in cui si indugiano più volentieri le signore, e nelle sale successive per ognuna di esse si ha una data applicazione del merletto o merletti di uso speciale.

Fra le applicazioni che fermano l’attenzione e suscitano la più ammirativa delle meraviglie noto quella alle suntuose e pesanti stoffe, arazzi e broccati da arredamento da decorazione e quella alla biancheria da tavola. Sopra telai eretti si dispiegano luccicando magnifiche coperte da letto che sembrano paramenti di un trono. Sono damaschi opulenti dalle tinte

più delicate o più appariscenti, lisci oppure operati, che portano all’interno e ai bordi guarnizioni di merletto. E il merletto è sempre scelto in modo che si fonde armonicamente con il colore e il disegno del tessuto, e la fusione non è soltanto apparente ma intrinseca, poiché il merletto non è applicato semplicemente sulla stoffa, bensì ne segue le sinuosità dei contorni, le linee dei disegni formandone una specie di intervallo o di continuazione traforata.

L’effetto ne è sorprendente, si ha un senso di inaudita ricchezza, eppure anche qui è tanta la varietà e la quantità, che anche con prezzi relativamente bassi (si può da 50 lire salire a parecchie migliaia) ottengonsi oggetti autenticamente artistici e di gusto finissimo. Lo stesso dicasi per tende, cortinaggi e quanto altro si richiede per l’arredamento. Uno dei fattori essenziali per accordare il fine gusto degli oggetti al prezzo facile si deve rinvenire nel fatto che pure le stoffe, tanto quelle per l’arredamento quanto quelle per la toilette femminile, vengono pure direttamente fabbricate nello stabilimento, ed anzi l’industria delle stoffe forma uno dei complementi principali alla industria dei merletti. Si mira soprattutto a fabbricare stoffe di tipo speciale, fuori dal commercio comune, di gran lusso, cercando l’effetto artistico, ponendo la massima cura nel coordinare i disegni alle tinte e tenendo sempre presente l’accoppiamento col merletto. Si riproducono quindi a seconda dei campioni autentici contenuti nel museo dello Stabilimento, o ricavati dai quadri degli immortali Maestri le più celebrate stoffe antiche ed altre se ne fanno di nuove che alle antiche non cedono in bellezza. Basti dire che il salone delle stoffe appare come una mirabile galleria di artistici drappi. Nella stessa guisa, con la identica cura avviene l’applicazione del merletto alla biancheria da tavola e da letto. Siamo nel regno de! Candore e della suprema signorilità. Con l’aspirazione ora vivissima al lusso intimo, alle imbandigioni fastose rievocanti i ricordi di antichi festini, quale intreccio si può immaginare più attraente e più ricco della massiccia e forbita argenteria, degli esilissimi e ricurvi cristalli, fiori di vetro accanto a fiori vivi, con i pizzi diffusi e serpeggianti come ghirlande nella stemmata tovaglia?

Fra i merletti di uso speciale ricorderò i fazzoletti che sembrano alitare tutta la poesia femminile, piccole pezzuole quasi invisibili per raccogliervi un profumo o un sospiro, dai trapunti leggeri deliziosi come sorrisi tra palpebre socchiuse, ricorderò le sciarpe, le mantiglie, i ventagli su madreperla e oro rinnovanti i più leggiadri modelli del settecento.

E in ogni sala e davanti a ogni vetrina l’incessante corrente umana arrivante da ogni parte del mondo, lenta fluente con i suoi desideri e apportatrice di vita con la sua ricchezza offerta all’opera più tipica di Venezia.

Ed io penso che non altrove che a Venezia poteva sorgere e salire in così famosa magnificenza questa vita misteriosa del merletto, questa magica vegetazione di filo, a Venezia selva marmorea ove la pietra fiorì nella trina portentosa e insuperabile della Cà d’oro e della Basilica d’oro.

 

 

Jesurum e l’esposizione a Milano

articolo tratto da “L'arte nell'Esposizione di Milano; note e impressioni”, 1906

 

Accanto alle due sale delle Industrie Femminili, lo stabilimento Jesurum di Venezia espone i suoi lavori. Delle cinquemila donne che a Venezia e nella Laguna lavorano merletti, duemilatrecento, dicesi, lavorano per questa ditta. La sua importanza nel rinnovamento di questa nostra arte eguaglia; perciò la sua importanza commerciale, tanto più se, a leggere le varie edizioni della massima opera sulla «Storia del merletto», quella della signora, Bury Palliser, si consideri che, verso il 1870 quando il signor Jesurum cercava di fondare e ordinare, con una scuola di quindici o venti operaie, la sua industria, questa era dichiarata «interamente decaduta a Venezia:, senza alcun segno di rinascita».

Il merito massimo dello Jesurum e d'aver intuito che solo il massimo progresso artistico in una simile industria può dare il massimo sviluppo commerciale. La sua fortuna è derivata da questa nobiltà d’intenti: il suo museo, a Pellestrina, di campioni antichi e moderni e di quasi duemila stampe è stato la sua guida. Da questi modelli egli non ha tratto soltanto imitazioni ottime ma anche buone invenzioni, fra le quali lodevolissima quella dei merletti policromi. Dal famoso punto Rosaline ad ago che è il più fino dei punti veneziani ai merletti chioggiotti a rete, dall’antico “ponto de Franza” (Francia) la cui trama è quasi invisibile a tutti i punti «tagliati» o «sfilati» derivati in Italia dal ricamo, egli ha condotto le sue operaie a una finezza di lavoro quasi sempre perfetta.

Nelle esposizioni, però, questi grandi stabilimenti d’arte industriale non espongono molte novità: temono il facile furto dei rivali. Pure nello stand Jesurum sono notevoli, per l’arte, una Collezione di tutti vecchi punti di Burano, una coperta da letto in seta azzurra con un’altra raccolta leggiadramente disposta di quei vecchi punti e dei più noti punti di Venezia e di Ragusa, un’altra coperta di punto alla rosa, un vestito in merletto policroma, e soprattutto una guarnizione di merletto, — collare e ventaglio, — in punto di Francia che mi pare ripeta lontanamente il motivo del famoso camice di Bossuet nel ritratto inciso dal Drevet.

 

Ritratto del vescovo Jacques-Bénigne Bossuet di Hyacinthe Rigaud,

 

Di fronte allo Jesurum  espone la ditta Melville e Ziffer pure di Venezia. Lo Ziffer è' stato per molti anni nella Casa Jesurum e ne conosce i migliori segreti anche se non sa attuarli tutti. Nei ricami e nei filets ha saputo anche fare qualche buona creazione che espone qui con eleganza, accanto a molto belle riproduzioni di antichi merletti ad ago, veneziani e buranesi.

Le manifatture riunite di Cantù non lavorano che merletti a fuselli di quel punto che, secondo il Lefébure, in tutto il settecento fu chiamato punto di Milano, e sanno applicarli a tutti gli usi con molta destrezza: belli, fra gli altri oggetti esposti, una stanza da letto in seta di moerro azzurra con riporti di merletti color d’avorio in stile Luigi XV, e un vestito di forma Empire dove la, borda del lavoro supera troppo l’eleganza del taglio.

La vetrina del signor Navone di Firenze raccoglie merletti e ricami d’origine e d’ispirazione svariatissima. Se sono fatti tutti a Firenze, sarebbe utile dichiararlo perche alcuni pezzi, ad esempio alcuni suoi merletti di Burano e una berta in un punto a rosa che si fa solo in Belgio, sono davvero mirabili e sarebbe per molte ragioni lodevole sapere che in Toscana esistono operaie così agili e delicate

 

 

 

 

 Il dopo Michelangelo è sempre italiano

 

 

Michelangelo Jesurum morì nel maggio del 1909 lasciando in eredità ai tre figli tutto il suo operato. Il 17 febbraio 1923 nasceva la Società anonima M. jesurum & C. con a capo e in qualità di amministratore il figlio più giovane, Aldo Jesurum che morì l’anno successivo.

La Ditta Jesurum venne acquistata nel 1939 fino al 2004 dalla famiglia Levi Morenos. Nel 2005 venne ceduta a un gruppo di imprenditori e nel 2009 dopo alterne fortune il marchio finì all’asta, quando la società fu dichiarata fallita per insolvenza. A rilevarla fu l’imprenditrice Rita Polese che portò la sede a Maron di Brugnera nel pordenonese e nel 2021, la nipote Paola Cimolai con la sorella Carla e Filippo Olivetti A.D. Di Bassani Group, hanno rilevato il marchio.

 

Nel dicembre del 1986 il New York Time’s dedicò un articolo ricordando Michelangelo Jesurum e i merletti veneziani.

 

Legend has it that lace-making began when a Venetian sailor, returning after a long voyage, brought his ladylove a gift of exotic seaweed called mermaid's lace. To while away the hours once the sailor was back at sea, the girl tried to re-create the intricate design of the seaweed in lace.

 

A more likely story is that the wives of the fishermen on the island of Burano in the Venetian lagoon slowly graduated from mending fishing nets to lace-making while they waited for their husbands to return from sea. There is still a lace-making school on the island of Burano (Scuola dei Merletti; telephone 730034) that offers lessons free of charge to anyone who wishes to learn this most exacting of skills.

 

Lace-making in the lagoon was at its apogee during the 15th century, when everything from priests' vestments to parasols, petticoats, corsages, curtains, carnival masks, fans and even shoes frothed with lace. The Doges' wives actively sponsored the art of lace-making and Venetian lace made its way into history. At the coronation of Richard III of England, Queen Anne wore a mantle trimmed with Venetian lace and when Catherine de' Medici went to the court of France to marry Henri II, she took with her not only her chef, a bag of white beans and a flagon of Tuscan olive oil, but also a trousseau richly embellished with lace from the lagoon.

 

After a period of decline, lace-making in Venice again came into vogue in the last century, and one of the leading figures promoting the art of lace, employing lace makers with ''golden hands'' all over the Venetian lagoon, was Michelangelo Jesurum. His lace-making museum and emporium of exquisite lace and linens is still in the same place, in a 12th-century church behind St. Mark's on the same canal as the Bridge of Sighs (4310 San Marco, Ponte Canonica; 706177).

 

The present owner, Mario Levi Morenos, is indirectly descended from Mr. Jesurum and is the picture of suave elegance, with an impeccable goatee and a pince-nez tucked into his breast pocket. His hands caress the yellowing lace bridal veils and lace draperies that he collects and restores for his private museum. He explains that a century ago the 30 lace makers engaged on one particularly splendid tablecloth would be selected not only for their ability but also for their type of saliva, as some women, by moistening the thread before threading a needle, would turn the cloth darker in patches. Nowadays, Jesurum sells not only lace, but also an infinity of linens as well for every use from the boudoir to the boat and they make many items to order; ''On principle, we never say no,'' says Mr. Morenos. Fifty people work on three floors under the church's vaulted ceiling, in the workshops, the bridal room, the layette department, a dining area with a display of table linen laid with silver and crystal and fine china and a beach and yacht section with changing rooms made like Moorish tents.

 

At Jesurum you will always be told if you are buying hand- or machine-made embroidery or lace, and Mr. Morenos explains that fine machine embroidery is a complex craft, not to be underrated. Among the items the store stocks are lace-edged tablecloths 6 feet by almost 10 feet complete with 12 napkins for $2,400 or individual place mats with matching napkins (called servizi americani) in hand-made lace for $1,146 each set. There are also very gay and attractive machine-embroidered alternatives. A round tablecloth about five feet across, ideal for the country or patio, decorated with lemons and with matching yellow napkins, costs $300 while a place mat and napkin with sprays of mimosa is $62 for the set. An attractive idea is a tablecloth made to match your china with a Rosenthal, Herend, Limoges or any other design you submit, with 10 napkins for $426.

 

For those wishing to dress a baby at the height of elegance, there is a complete layette in a Valenciennes design with christening dress, petticoat, bonnet, bootees, small bib, undershirt, portable cushion called porte-enfant, jacket, romper, cot sheet and pillowcase and cot blanket. The cost: $918.

 

There is also a little gift department for shoppers on a smaller budget. It carries coquettish cushions priced from $39 and little lace collars with initialed J (for Jesurum) mother-of-pearl buttons for $33 or guest towels with your choice of initials for $20 each and dainty little lavender bags with the Jesurum symbol, a dolphin, embroidered on them for $10.

 

Two sisters, Maria and Lina Mazzaron, have worked with lace and linens since they were 14 and still at school. They live at San Provolo, 4970 Fondamenta Osmarin (5221392) on the second floor of what was once a patrician palazzo that had two gondoliers at its service. Two apprentices are bent over their work in the anteroom of the apartment where everything from the glass panes in the tall windows to the Mazzaron sisters themselves is antique. The apprentices scuttle up and down ladders to bring down the tablecloths and sheets spilling out of cupboards and, despite an agreeable impression of flurry and confusion, Maria Mazzaron knows exactly where everything is. Over the years, celebrities and heads of state have come to the workshop of the Mazzaron sisters.

 

 

 

 

 

 

Michelangelo Jesurum, testi e citazioni consultabili in rete:

 

https://archive.org/details/Palliser1881/page/n89/mode/2up?q=jesurum+michelangelo  Descrizione della collezione di merletti del South Kensington Museum dove troviamo 65 merletti realizzati a fuselli donati da Michelangelo al Museo nel 1876.

 

https://archive.org/details/lartenellesposiz00ojet/page/160/mode/2up?q=jesurum+michelangelo   L'arte nell'Esposizione di Milano; note e impressioni, 1906

 

https://archive.org/details/cataloguedesouvr00over/page/n3/mode/2up?q=jesurum+michelangelo  Descrizione della collezione di libri sui merletti della Biblioteca del Museo Reale di arti decorative e industriali del Belgio, 1906. Vi troviamo diverse donazioni fatte da Michelangelo Jesurum.

 

https://archive.org/details/catalogo2189bien/page/30/mode/2up?q=jesurum+michelangelo  Alla Biennale d’arte di Venezia del 1897, Michelangelo portò in esposizione un quadro del pittore svedese,  Zorn Anders dal titolo " Scuola di merletti".

 

https://archive.org/details/antichetrineital00ricc/page/n459/mode/2up?q=jesurum  Alcuni campioni di merletti antichi della collezione Jesurum

 

https://archive.org/details/larestaurationde00verh/page/n3/mode/2up?q=jesurum 

 

https://archive.org/details/acw9599.0002.002.umich.edu/page/100/mode/2up?q=jesurum

 

https://archive.org/details/ladentelleetlabr02verh/page/194/mode/2up?q=jesurum

 

https://archive.org/details/134_GiornaleUdine_06-06-1891/page/n1/mode/2up?q=jesurum

 

https://archive.org/details/svaghiartisticif00mela/page/98/mode/2up?q=michelangelo+jesurum

 

https://archive.org/details/tessutiemerletti00ercu_0/page/96/mode/2up?q=michelangelo+jesurum

 

La donna 1875

https://www.google.it/books/edition/La_donna_periodico_morale_ed_istruttivo/aUBYp2gwYwcC?hl=it&gbpv=1&dq=jesurum&pg=PA2318&printsec=frontcover

 

Tesi di Laurea di Federica Sacchetto dove si parla delle collezioni e donazioni dei merletti antichi di Michelangelo Jesurum

http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/3521/827609-1153244.pdf?sequence=2

 

 

 

Pubblicazioni

 

Esemplari di Merletti Moderni raccolti da Michelangelo Jesurum. Opera in cento tavole edita per cura di Attilio ed Aldo Jesurum. Omaggio alle Signore Italiane. di Jesurum Attilio E Aldo, 1910

 

“STORIA BREVE DEL MERLETTO VENEZIANO” - anni '20 Jesurum Michelangelo

 

“Cenni storici e statistici sull'industria dei merletti” per Michelangelo Jesurum

https://www.google.it/books/edition/Cenni_storici_e_statistici_sull_industri/S0_5gIcqBIsC?hl=it&gbpv=1&dq=jesurum&pg=PA3&printsec=frontcover

 

“Ceramiche e arti decorative del Novecento” All’interno c’è un saggio di Doretta Davanzo Poli – Il merletto e la cultura di progetto nelle opere di Jesurum e Giulio Rosso

 

  

 

Bibliografia

 

* Rivista "LA LETTURA " marzo 1901

° Rivista Emporium 1895 Volume XVI,  Istituto italiano d'arti grafiche (Bergamo)

 

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